I forever chemicals potrebbero far invecchiare i delfini più in fretta di quanto dovrebbero. È quello che emerge da uno studio condotto sui delfini comuni che vivono lungo le coste della Nuova Zelanda, animali che a quanto pare risultano biologicamente più vecchi rispetto alla loro età anagrafica. Un divario che apre interrogativi non da poco sulla salute di queste popolazioni marine e su cosa stia realmente accadendo nei loro corpi.
Quando l’età biologica non coincide con quella reale
La distinzione è sottile ma importante. Un conto è l’età anagrafica, cioè gli anni effettivamente trascorsi dalla nascita. Un altro è l’età biologica, che racconta invece lo stato reale dell’organismo, quanto sono usurate le cellule, quanto è provato il fisico. Nei delfini comuni osservati in Nuova Zelanda queste due misure non combaciano. Gli animali mostrano segni di un invecchiamento più avanzato di quello che ci si aspetterebbe guardando semplicemente il calendario.
Un fenomeno che, tradotto in parole povere, significa questo: il corpo di questi delfini sembra portarsi addosso più anni di quelli che ha davvero vissuto. E la cosa non passa inosservata a chi studia questi mammiferi marini, perché un invecchiamento accelerato può avere ricadute concrete sulla capacità di riprodursi, di resistere alle malattie e in generale di sopravvivere.
I sospettati: metalli in tracce e sostanze che non spariscono mai
A finire sotto la lente ci sono due categorie di sostanze. Da una parte i metalli in tracce, elementi che si accumulano nei tessuti degli animali. Dall’altra i cosiddetti forever chemicals, letteralmente le sostanze chimiche per sempre, così soprannominate proprio perché non si degradano e restano nell’ambiente e negli organismi viventi praticamente all’infinito.
Sono composti che finiscono nell’acqua, entrano nella catena alimentare e col tempo si depositano nei corpi dei predatori, delfini inclusi. La loro caratteristica più insidiosa è appunto la persistenza. Non se ne vanno, si accumulano, e più in alto si sale nella catena alimentare più la loro concentrazione tende a crescere. I delfini, che di quella catena occupano i piani alti, si ritrovano così esposti a quantità significative.
L’ipotesi al centro dello studio è che proprio questa combinazione di metalli in tracce e sostanze indistruttibili possa essere responsabile del divario tra età reale e età biologica riscontrato negli esemplari neozelandesi. In sostanza, l’accumulo di questi inquinanti logorerebbe l’organismo dall’interno, facendolo invecchiare prima del tempo.
Perché il caso dei delfini neozelandesi interessa tutti
Guardare a cosa succede ai delfini comuni della Nuova Zelanda non è un esercizio limitato agli appassionati di fauna marina. Questi animali funzionano come veri e propri indicatori dello stato di salute degli oceani. Se il loro corpo mostra segni di invecchiamento precoce legati alla presenza di determinate sostanze, il segnale riguarda l’intero ecosistema in cui vivono.
I forever chemicals non conoscono confini geografici. Una volta dispersi nell’ambiente viaggiano, si diffondono, contaminano acque anche lontane dal punto di origine. Il fatto che vengano trovati nei tessuti di mammiferi marini che nuotano al largo della Nuova Zelanda racconta quanto sia diffusa e capillare la loro presenza. E dato che questi composti risalgono la catena alimentare, la questione tocca da vicino anche l’uomo, che di quella stessa catena fa parte.


