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Collegare due PC con un cavo Ethernet sembra una mossa da altri tempi, eppure resta uno dei modi più efficaci per spostare grandi quantità di dati senza passare da router, cloud o chiavette. Quando bisogna trasferire decine o centinaia di gigabyte, il collegamento diretto offre banda stabile, latenza bassa e nessuna dipendenza dalla qualità della rete Wi Fi. Su questa idea si basa EtherTransfer, progetto open source che punta a rendere l’operazione quasi automatica su Windows e Linux: si uniscono le due macchine con un cavo, si avvia l’applicazione e il software individua da solo l’altro computer, creando il canale per lo scambio dei file.
La domanda che si porta dietro da sempre questo tipo di collegamento riguarda il cavo. Serve ancora il vecchio cavo crossover oppure basta un normale patch, quello identico a quelli usati per collegarsi a switch e router? Chi ha lavorato con le reti ai tempi di Fast Ethernet ricorda la regola ferrea: incrociato tra due computer, dritto verso lo switch. Oggi quella distinzione ha perso quasi ogni senso pratico, grazie alla funzione Auto MDI/MDI X presente da molti anni su qualsiasi scheda di rete. L’interfaccia riconosce da sola quale coppia serve per trasmettere e quale per ricevere, e adatta elettronicamente il collegamento.
Perché il crossover era necessario e perché ora non lo è più
Con 10BASE T e 100BASE TX le interfacce usavano coppie separate per trasmissione e ricezione. La porta di un PC, classificata come MDI, trasmetteva su certi pin e riceveva su altri, mentre la porta di uno switch, di tipo MDI X, aveva le coppie disposte in modo opposto. Unendo due computer con un cavo dritto la trasmissione di una scheda finiva sulla trasmissione dell’altra, e non succedeva nulla. Il crossover incrociava fisicamente le coppie, facendo a mano ciò che oggi l’elettronica gestisce da sola.
Dentro un cavo Ethernet ci sono quattro coppie di conduttori intrecciati, e gli standard T568A e T568B stabiliscono in che ordine arrivano agli otto contatti del connettore. Con T568A la coppia verde occupa i pin 1 e 2 e quella arancione i pin 3 e 6, con T568B avviene il contrario. Un patch tradizionale ha lo stesso schema alle due estremità, un crossover classico ne combina invece due diversi. Con Gigabit Ethernet le regole cambiano ancora: 1000BASE T impiega tutte e quattro le coppie in modo bidirezionale, quindi un crossover vero deve incrociare anche quelle aggiuntive. Motivo in più per lasciar perdere e usare un normale cavo patch.
Cosa fa davvero EtherTransfer
Il software non rende possibile qualcosa che prima non lo era. Quando due PC vengono collegati senza un server DHCP, i sistemi ricorrono agli indirizzi IPv4 Link Local, meccanismo definito dalla RFC 3927: entrambe le macchine si assegnano un indirizzo nella subnet 169.254.0.0/16 e si parlano senza problemi. Da lì basterebbe una cartella condivisa SMB su Windows, oppure SSH, SCP, rsync o netcat su Linux. EtherTransfer elimina semplicemente tutti i passaggi noiosi: niente indirizzi da digitare, niente condivisioni da preparare.
Tecnicamente si tratta di un’applicazione sviluppata con .NET 10 e Avalonia UI, che costruisce sopra TCP/IP un proprio sistema di scoperta e trasferimento. Il programma cerca un’interfaccia Ethernet fisica con il cavo realmente collegato, scartando Wi Fi, VPN e schede virtuali, così il traffico dei file resta confinato sul collegamento diretto anche mentre il PC continua a navigare in Wi Fi. Su Windows sfrutta APIPA, su Linux richiama nmcli tramite NetworkManager e ripristina la configurazione originale alla chiusura.
Discovery, sicurezza e cavo staccato
Il rilevamento passa da messaggi HELLO in broadcast UDP sulla porta 50000, contenenti nome del computer, sistema operativo, porta usata per i dati e un identificativo di sessione generato all’avvio. Quell’identificativo torna utile perché gli indirizzi Link Local possono cambiare durante la negoziazione, evitando doppioni nell’elenco dei dispositivi. I dati viaggiano poi su TCP alla porta 55000: il mittente dichiara numero di file, dimensione totale e cartelle di partenza, il destinatario accetta e sceglie dove salvare.
Le directory vengono ricostruite ricorsivamente sul sistema remoto senza creare archivi ZIP o TAR, conservando anche file nascosti come .gitignore e .env. Prima di scrivere, il programma blocca le sequenze di path traversal, rifiuta i percorsi assoluti, neutralizza nomi riservati di Windows come CON, PRN, AUX, NUL, COM1 e LPT1 e rinomina i file già presenti. Sul cavo staccato entrano in gioco due watchdog, 2 secondi per i metadati e 5 secondi per ogni blocco da 1 MB, con cancellazione del file parziale e conservazione di quelli completati. L’installer per Windows aggiunge la regola al firewall, quello Linux apre le due porte su ufw, Firewalld o iptables. Sui notebook privi di porta RJ45 basta un adattatore USB Ethernet: con un modello USB 3.x si sfrutta senza fatica un collegamento da 1 Gbps.










