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Esperienze di morte condivisa: quando a percepirla sono i vivi

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Le esperienze di morte condivisa sono uno dei fenomeni più curiosi legati alla fine della vita, e a differenza di quanto si potrebbe pensare non riguardano chi muore ma chi resta. Sono persone vive, lucide e in salute che raccontano di aver percepito la scomparsa di qualcuno di caro in un modo difficile da spiegare. C’è chi ha visto la persona che stava morendo, chi ne ha sentito la voce e chi semplicemente ha avuto la certezza assoluta che se ne fosse andata, spesso prima ancora che qualcuno glielo comunicasse. Un fenomeno strano, certo, ma a quanto pare tutt’altro che raro.

Il punto interessante sta proprio qui. Per le cosiddette esperienze di premorte esiste una spiegazione che negli ultimi anni ha guadagnato terreno, e cioè che a generarle possa essere il cervello morente. In altre parole quelle visioni e sensazioni così intense che molti descrivono dopo essere stati a un passo dalla fine sarebbero il prodotto di un organo che sta smettendo di funzionare. Un’ipotesi che ha una sua logica. Ma quando a vivere qualcosa di simile è una persona che non sta affatto morendo il discorso cambia parecchio.

Cosa raccontano i vivi

Le testimonianze legate alla morte condivisa si possono raggruppare in modo abbastanza semplice. Alcune persone hanno visto chi stava per andarsene, come se fosse lì davanti a loro. Altre ne hanno udito la voce. Altre ancora non hanno né visto né sentito nulla di concreto, eppure hanno avvertito con grande sicurezza che quella persona non c’era più.

È quest’ultimo aspetto a colpire di più. La sensazione arriva spesso prima della notizia vera e propria, quando nessuno ha ancora avvisato i familiari o gli amici di quanto accaduto. Non si tratta quindi di una reazione al lutto già conosciuto ma di una percezione che anticipa l’informazione. Ed è qui che le spiegazioni pensate per le esperienze di premorte iniziano a mostrare qualche limite, perché il cervello di chi resta non si trova in nessuna condizione critica.

Proprio per questo il fenomeno viene definito strano e allo stesso tempo comune. Strano perché sfugge alle letture più immediate, comune perché a quanto emerge non sono pochi quelli che riferiscono episodi di questo tipo. Il fatto che tocchi direttamente i vivi lo rende ancora più delicato da affrontare.

Un fenomeno che lascia il segno

Chi attraversa un’esperienza del genere difficilmente la dimentica. Che si tratti di un’immagine, di una voce o di una certezza improvvisa, l’impatto su chi resta è reale e si intreccia con il momento già doloroso della perdita. Le esperienze di morte condivisa finiscono così per diventare parte del ricordo stesso di quella scomparsa.

Il contrasto con le esperienze di premorte resta evidente. Nel primo caso la spiegazione legata al cervello morente riguarda chi vive in prima persona la fase finale, nel secondo invece il protagonista è qualcun altro, una persona che magari si trova lontana e ignara di tutto. Due fenomeni che si somigliano per certi versi ma che non possono essere letti con la stessa chiave. Le descrizioni raccolte tornano sempre su quei tre elementi. Qualcuno ha visto la persona che stava morendo, qualcuno ne ha sentito la voce e qualcuno ha semplicemente capito, con grande certezza, che se n’era andata, spesso prima che chiunque glielo dicesse.

Fonte: TecnoAndroid

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