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Entanglement quantistico dalla luce del Sole: cade un dogma

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L’entanglement quantistico ottenuto con la luce del Sole è il tipo di notizia che, in laboratorio, fa alzare più di un sopracciglio. Per decenni la regola non scritta è stata una sola: per legare due fotoni serve una sorgente pulita, ordinata, controllata. Un laser, insomma. Un esperimento internazionale pubblicato sulla rivista Optica ha invece dimostrato che si può fare anche partendo dalla luce naturale, quella disordinata che arriva da novantatré milioni di chilometri di distanza senza alcun riguardo per le esigenze dei fisici.

La differenza, per chi non mastica ottica quantistica tutti i giorni, è più intuitiva di quanto sembri. La luce laser è coerente, il che significa che le sue onde viaggiano allineate, in fase, quasi fossero soldati in parata. La luce solare no. È un affollamento caotico di lunghezze d’onda e direzioni, un rumore luminoso continuo. Proprio per questo motivo veniva considerata inadatta a produrre coppie di fotoni entangled, cioè particelle legate da una correlazione tale per cui misurare lo stato di una determina istantaneamente lo stato dell’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa.

Perché la coerenza sembrava un requisito non negoziabile

Il punto è che generare entanglement richiede processi estremamente delicati, dove ogni fluttuazione conta. Con una sorgente coerente il fisico sa esattamente con cosa ha a che fare, può prevedere il comportamento della radiazione e ricostruire il legame tra le particelle. Con la luce solare tutto questo salta, perché il segnale utile rischia di annegare nel caos di fondo. Ed è qui che il gruppo di ricerca ha cambiato approccio, adottando un metodo mai tentato prima e riuscendo ad aggirare quello che veniva percepito come un limite invalicabile.

Il risultato non è soltanto una curiosità accademica. Dimostrare che l’entanglement può nascere anche da una sorgente disordinata significa ripensare le condizioni minime necessarie per lavorare con i fenomeni quantistici. Fino a ieri, il ragionamento implicito era che servisse un ambiente sterilizzato, una sorgente costruita apposta, strumentazione dedicata. Adesso quel confine appare più mobile di quanto si pensasse.

Cosa cambia per la fisica quantistica applicata

Il campo della fisica quantistica vive di questo tipo di scossoni, dove un presupposto dato per acquisito viene smontato da un esperimento apparentemente laterale. E la portata è duplice. Da una parte c’è il lato teorico, perché capire come una radiazione incoerente riesca comunque a generare correlazioni quantistiche costringe a rivedere alcune assunzioni sul rapporto tra ordine della luce e proprietà quantistiche della materia. Dall’altra c’è il lato pratico, quello che riguarda la possibilità di lavorare con sorgenti più semplici e disponibili ovunque.

Va detto con onestà che tra un esperimento in laboratorio e un’applicazione concreta la strada è lunga, e nessuno sostiene il contrario. Ma l’idea che il Sole possa funzionare come sorgente per generare coppie di fotoni correlati sposta l’asticella di quello che si riteneva possibile. Una stella che brucia idrogeno da miliardi di anni, senza il minimo interesse per la coerenza ottica, si ritrova promossa a strumento di ricerca quantistica.

La pubblicazione su Optica dà al lavoro il peso della validazione scientifica, il passaggio obbligato prima che una scoperta del genere venga presa sul serio dalla comunità internazionale. E l’aspetto che colpisce di più, guardando l’intera vicenda, è la semplicità dell’intuizione di partenza: verificare se una regola considerata solida reggesse davvero alla prova dei fatti. Non reggeva.

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