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El Niño 2026, il più intenso dal 1950: che ruolo ha il clima

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Il fenomeno di El Niño 2026 si annuncia come il più intenso dal 1950 secondo diverse organizzazioni internazionali, e la domanda che rimbalza tra scienziati e opinione pubblica riguarda quanto pesi davvero il cambiamento climatico su un evento così fuori scala. Nei prossimi mesi la sua forza potrebbe aggravare frequenza e portata di piogge e siccità praticamente in ogni angolo del pianeta.

All’inizio di settembre l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) ha descritto El Niño come “saldamente stabilito” nel Pacifico equatoriale centrale e orientale, prevedendone un ulteriore rafforzamento. Non a caso diversi media hanno cominciato a chiamarlo “Super Niño”. Secondo l’ente la probabilità che l’evento si prolunghi fino a febbraio 2027 sfiora il 100%. Davanti a questo quadro vari organismi internazionali, ONU compresa, hanno chiesto misure urgenti di adattamento e mitigazione per tutelare popolazione ed ecosistemi. “Un fenomeno di El Niño molto intenso può alterare in modo significativo gli schemi di pioggia e temperatura in tutto il mondo e alimentare eventi meteorologici estremi” ha avvertito l’OMM. Intanto si è acceso un dibattito piuttosto particolare. Chi nega la crisi ambientale parla di semplice variabilità naturale, mentre i difensori dell’ambiente vedono in questo episodio insolito il risultato dello scarso impegno di molte nazioni nel frenare il riscaldamento globale.

Cos’è El Niño e perché questo episodio fa eccezione

Il punto di partenza è capire di cosa si tratta. El Niño indica una situazione in cui la temperatura superficiale del mare, dalla zona equatoriale del Pacifico vicino alla linea del cambiamento di data fino alla costa del Sudamerica, risulta più alta del normale per circa un anno. È un ciclo climatico naturale che si ripete ogni tot anni e nel quale il calore accumulato nell’oceano risale verso l’atmosfera. La NOAA, l’agenzia statunitense per oceani e atmosfera, osserva la temperatura media trimestrale in un’area chiamata “Niño 3.4”.

Per parlare di El Niño quel valore deve superare la media di almeno 0,5 °C per cinque periodi consecutivi sfasati di un mese, ci si deve aspettare che continui per altrettanti periodi e devono comparire variazioni negli alisei e nelle precipitazioni. Quando questi venti che soffiano da est verso ovest si indeboliscono l’acqua calda si sposta verso il Pacifico tropicale orientale e lì ristagna, facendo salire il livello del mare. Le alterazioni della temperatura marina influenzano poi la circolazione atmosferica e innescano una reazione a catena su scala globale.

Secondo José Martín Cortés, meteorologo operativo di Meteored México, l’episodio attuale spicca per un’intensità mai vista dal 1950 e per una rapidità di rafforzamento fuori dal comune. Il Centro di Previsione Climatica della NOAA stima un’anomalia di 2,6 °C sopra la norma, mentre a inizio settembre il dato era di 2 °C. Se la previsione si avverasse verrebbero superati di poco i record di 2,4 °C registrato tra il 1982 e il 1983 e di 2,3 °C toccato tra il 1997 e il 1998 e poi tra il 2015 e il 2016. Cortés precisa però che prima del 1950 mancavano strumenti adeguati e che in passato potrebbe essersi verificato un evento analogo o persino più forte. A cambiare oggi è soprattutto la quantità di persone che abitano il pianeta, fattore che secondo lui determina gli effetti attribuibili al fenomeno.

Il peso del clima che cambia secondo gli esperti

Francisco Estrada, coordinatore del Programma di Ricerca sul Cambiamento Climatico dell’UNAM, sottolinea che questo El Niño si sviluppa in un contesto molto diverso da quello di qualche decennio fa. La temperatura globale si trova circa 1,46 °C sopra la media preindustriale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente prevede che la soglia di 1,5 °C fissata dall’Accordo di Parigi verrà inevitabilmente superata, forse prima della fine del decennio. Per Estrada il riscaldamento globale ha modificato caratteristiche e schemi degli eventi estremi legati a El Niño, al punto che le conoscenze raccolte finora sul modo in cui il fenomeno si manifesta nelle varie regioni non garantiscono più la stessa affidabilità.

Cortés invita invece alla prudenza. A suo avviso mancano prove sufficienti per collegare direttamente la crisi climatica a questa intensità, perché servirebbe osservare episodi ripetutamente più forti e frequenti. Esistono gli studi di attribuzione, che confrontano tramite modelli e simulazioni un pianeta senza riscaldamento globale con uno più caldo, ma hanno limiti evidenti legati alla carenza di dati attendibili sul lontano passato. “È molto rischioso tanto affermare quanto negare” ribadisce. Pur riconoscendo che gli effetti di El Niño potrebbero risultare più intensi a causa del cambiamento climatico, il meteorologo sostiene che il pianeta tende sempre a ritrovare un equilibrio capace di compensare anche il riscaldamento prodotto dall’uomo.

Estrada concorda sulla necessità di approfondire la ricerca, ma ricorda che studi sottoposti a revisione mostrano come la variabilità del fenomeno si sia ampliata negli ultimi 60 anni circa, con episodi di maggiore portata. Esistono inoltre evidenze scientifiche che il riscaldamento globale stia modificando ampiezza, frequenza e distribuzione degli effetti di El Niño. Per questo il dibattito non andrebbe posto come una scelta tra un fenomeno naturale e uno provocato dal clima che cambia, perché secondo lui le due componenti non si possono separare e dal punto di vista dei rischi conta soprattutto capire come interagiscono.

Fonte: TecnoAndroid

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