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Droni subacquei, la Guardia Costiera USA cerca come fermarli

Droni subacquei sempre più difficili da fermare, ed è proprio questo il motivo per cui la Guardia Costiera degli Stati Uniti sta cercando nuovi sistemi capaci di intercettarli. Non stiamo parlando dei soliti mezzi volanti che ormai popolano i cieli, ma di veicoli che si muovono in silenzio sotto la superficie del mare, dove individuarli e bloccarli diventa una faccenda tutt’altro che semplice. Del resto l’idea che il drone sia solo un oggetto che vola è ormai superata. Vengono prodotti modelli terrestri e, appunto, anche subacquei. E questi ultimi rappresentano una sfida particolare, perché sott’acqua le regole del gioco cambiano completamente.

Perché i sistemi di difesa tradizionali non bastano

Il punto è che sotto la superficie i laser e i sistemi di difesa convenzionali semplicemente non funzionano. Ecco perché si lavora per trovare soluzioni nuove sul fronte della sicurezza marittima. La questione è complessa, e non poco, perché in ballo ci sono strutture delicate come porti, basi navali, cavi sottomarini e anche infrastrutture energetiche. Il vero problema di questi mezzi autonomi è che possono operare per ore intere senza farsi notare da nessuno. Un vantaggio enorme, che rende la loro presenza tanto insidiosa quanto silenziosa. Immaginate un veicolo che scivola sott’acqua, senza fretta, verso un obiettivo sensibile, mentre nessuno se ne accorge.

Il mare gioca a favore dei droni

C’è una ragione tecnica ben precisa dietro a tutto questo. Il mare offre un vantaggio naturale a questi veicoli, perché le onde radio utilizzate dai radar non riescono a penetrare nell’acqua. Aggiungiamoci una visibilità spesso limitata e il quadro si complica ulteriormente. I radar, insomma, qui perdono gran parte della loro efficacia.

E forse non tutti sanno che un drone subacqueo può avvicinarsi a un bersaglio sfruttando il fondale e persino il rumore naturale dell’ambiente marino. Un trucco tanto semplice quanto efficace, che permette al mezzo di mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Rispetto a un drone aereo, che prima o poi finisce sotto l’occhio di un radar o di un sistema ottico, quello subacqueo resta molto più difficile da scovare.

Ed è proprio questa la sfida che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare. Le tecnologie pensate per il cielo non hanno alcuna utilità sotto la superficie, e questo obbliga a ripensare da zero l’intero approccio alla difesa marittima. Servono strumenti diversi, capaci di leggere segnali acustici, movimenti anomali sul fondale e variazioni nell’ambiente che un radar tradizionale non coglierebbe mai. La minaccia non riguarda soltanto le imbarcazioni militari. Tutta l’infrastruttura che si trova sotto il livello del mare, dai cavi che trasportano dati fino agli impianti energetici, potrebbe diventare un potenziale bersaglio. E la natura autonoma di questi mezzi, capaci di funzionare da soli per lunghi periodi, non fa che aumentare le preoccupazioni di chi deve garantire la protezione di questi punti nevralgici.

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