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Display e bambini: uno studio ribalta le certezze sui rischi

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Capire davvero se il display fa male ai bambini è diventato uno di quei dubbi che accompagnano quasi ogni genitore, soprattutto ora che gli schermi entrano nella vita dei più piccoli sempre prima. Basta guardarsi intorno al ristorante o in sala d’attesa dal dottore per notarlo. I grandi chiacchierano tra loro, i bambini restano incollati a uno smartphone o a una console portatile come Nintendo Switch. E quando si torna a casa, l’intrattenimento smart continua davanti al televisore. La domanda resta lì, sospesa. Un recente studio prova a rispondere e i suoi risultati sono parecchio meno scontati di quanto molti si aspettassero.

Gli schermi digitali sono ormai radicati nella quotidianità, e l’età del primo contatto con un dispositivo continua ad abbassarsi. Questo significa più tempo passato davanti al monitor lungo l’intero arco della vita. La ricerca, pubblicata su JAMA Network Open, ha guardato proprio a questo aspetto, cercando di misurare l’effetto reale sulla salute e sullo sviluppo dei più giovani. I ricercatori hanno messo nero su bianco una posizione precisa: “Non sono state riscontrate associazioni significative tra l’uso di schermi e difficoltà di sviluppo a 5 o 10 anni di età, e un’associazione con un punteggio di difficoltà più elevato a 15 anni di età è stata osservata solo per un uso molto elevato di videogiochi e non per altre forme di utilizzo di schermi. Un uso elevato degli schermi in età precoce è stato associato a maggiori difficoltà a 10 anni, ma questa associazione non si è mantenuta a 15 anni”. In pratica, il quadro è molto più sfumato di quanto certe narrazioni allarmate lascino intendere.

Bambini e display, raccomandazioni e dati che non collimano

Il punto interessante è che gli stessi autori dello studio prendono le distanze da alcune raccomandazioni ufficiali sul rapporto tra tempo davanti allo schermo e sviluppo infantile. I risultati, scrivono, “suggeriscono che le linee guida di salute pubblica che si concentrano esclusivamente sulla limitazione dell’uso degli schermi potrebbero non riflettere accuratamente la complessa relazione tra il tempo trascorso davanti agli schermi e lo sviluppo psicosociale”. Un modo elegante per dire che ridurre tutto a un conto di minuti forse non basta.

Il riferimento va soprattutto a quanto indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che consiglia un’ora al giorno o meno di schermo digitale per i bambini sotto i 5 anni. Victoria Whitington, professoressa di pedagogia presso l’Università di Adelaide in Australia, ha spiegato dove dovrebbe spostarsi l’attenzione: “Tra le aree di ricerca future vi è l’accesso a dati su cosa fanno effettivamente i bambini davanti allo schermo e con chi lo fanno, o se lo fanno da soli”.

Ed è forse questo il nodo centrale. Contano il contenuto e la compagnia, non solo la durata. Un bambino che guarda qualcosa insieme a un adulto vive un’esperienza diversa rispetto a chi resta solo davanti a un tablet per ore. Diventa quindi importante capire cosa fanno i bambini quando non hanno uno schermo davanti, e se quel tempo passato sul dispositivo finisca per togliere spazio ad altro. L’interazione verbale e fisica con le persone, per esempio, oppure il tempo all’aria aperta, in quegli ambienti ricchi di stimoli che coinvolgono davvero tutti i sensi dei più piccoli.

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