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Depressione circadiana: i sei criteri del possibile sottotipo

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Tenere sotto controllo gli orari di sonno e veglia nei pazienti con depressione grave potrebbe diventare un passaggio chiave per costruire terapie davvero personalizzate. Un gruppo di scienziati dell’Università di Sydney ha infatti individuato un possibile nuovo sottotipo del disturbo, chiamato depressione circadiana, collegato alle alterazioni dell’orologio biologico. Secondo i ricercatori questa forma potrebbe accentuare alcuni sintomi e rendere meno efficaci i farmaci normalmente prescritti.

Il lavoro è nato con un obiettivo preciso, cioè capire quali meccanismi biologici spieghino le differenze di sintomi che si osservano tra chi soffre di depressione clinica. Il disturbo ha tratti generali riconoscibili, ma la letteratura scientifica documenta da tempo variazioni anche marcate da un paziente all’altro. Comprendere cosa c’è dietro queste differenze, spiegano gli autori, potrebbe portare a cure più efficaci.

Da qui l’attenzione si è spostata sui ritmi circadiani, ovvero il sistema interno che regola sonno, veglia, temperatura corporea, rilascio degli ormoni e livelli di attenzione durante la giornata. Si tratta di cicli che durano circa 24 ore e che si sincronizzano con i segnali dell’ambiente esterno, soprattutto con la luce. In alcune persone però questi ritmi non combaciano con le attività quotidiane oppure risultano alterati, e proprio questo squilibrio sembra legato alla depressione circadiana.

I sei criteri che definiscono la depressione circadiana

I risultati non permettono di stabilire se sia la depressione a sconvolgere l’orologio biologico, se accada il contrario o se i due fenomeni siano semplicemente correlati. I ricercatori propongono comunque un profilo clinico che potrebbe aiutare a interpretare un caso su quattro di disturbo depressivo maggiore.

Il profilo si basa su sei criteri. Ci sono gli orari di sonno spostati in avanti e la preferenza per l’attività notturna, poi le differenze nel riposo tra giorni lavorativi e giorni liberi. Si aggiungono il dormire di più durante gli episodi depressivi e il sentirsi stanchi al risveglio, oltre ai cambiamenti stagionali nella durata del sonno, nella vita sociale, nell’umore, nel peso, nell’appetito o nell’energia.

Secondo lo studio, pubblicato sul British Journal of Psychiatry, per parlare di depressione circadiana servono almeno tre di questi tratti. Va detto che non si tratta di una diagnosi autonoma e che chi presenta queste caratteristiche non risponderà necessariamente allo stesso modo a una specifica terapia.

Analizzando i dati clinici e genetici di 11.380 adulti australiani con depressione grave, gli scienziati hanno scoperto che circa il 23% rientrava nel profilo. In questo gruppo l’80% era composto da donne e l’età media era di 37,8 anni. La combinazione più comune metteva insieme la preferenza per le ore notturne, la stanchezza mattutina e il bisogno di dormire di più nelle fasi depressive più intense.

C’è poi un dato sull’esordio. Nelle persone con questo schema il disturbo era comparso in media a 18,7 anni, contro i 23,2 anni degli altri partecipanti. Questo gruppo mostrava anche una maggiore probabilità di aumento di peso durante gli episodi gravi e di sintomi più pesanti, come allucinazioni e pensieri suicidi. Sul fronte genetico emergeva infine un rischio più elevato di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), depressione maggiore, ansia, disturbo bipolare, infiammazione e insulinoresistenza.

Resistenza agli antidepressivi e nuove ipotesi di cura

I ricercatori hanno valutato anche la risposta ai trattamenti più diffusi, compresi gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (ISRS). Dalle segnalazioni fornite dagli stessi pazienti sembra che chi rientra nel sottogruppo risponda peggio a queste terapie e soffra di effetti collaterali più intensi. Gli autori ammettono però che queste conclusioni potrebbero essere distorte, visto che non derivano da una sperimentazione clinica.

“La nostra ricerca ha identificato la depressione circadiana come un nuovo sottotipo, che riguarda circa un quarto delle persone incluse nel nostro studio sulla depressione grave, ricorrente o persistente”, ha spiegato Emiliana Tonini, ricercatrice del Brain and Mind Centre dell’Università di Sydney e prima autrice del lavoro. Per la studiosa i risultati confermano che la depressione non si manifesta allo stesso modo in tutti, e questa consapevolezza potrebbe favorire terapie più mirate e un accesso precoce alle cure.

Tonini e i colleghi ipotizzano che le persone con questo profilo potrebbero trarre beneficio da trattamenti pensati per regolare l’orologio interno, come quelli a base di melatonina o l’esposizione alla luce. Per verificarlo serviranno altri studi.

Il gruppo riconosce diversi limiti, tra cui la prevalenza di partecipanti di origine europea, il ricorso a dati riferiti dai pazienti sull’efficacia dei farmaci e la possibilità che la depressione già presente abbia causato o peggiorato alcuni disturbi del sonno. Nonostante questo, gli autori concludono che lo studio “rafforza le prove a sostegno dell’esistenza di un sottotipo circadiano di depressione come fenotipo biologicamente valido e clinicamente utile, associato a una risposta differente al trattamento, a specifiche caratteristiche del decorso clinico e a un profilo genetico distinto”.

Fonte: TecnoAndroid

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