La musica generata dall’intelligenza artificiale sta diventando un problema sempre più difficile da ignorare, e Deezer ha deciso di metterci la faccia con uno strumento pensato proprio per scovarla. Dopo aver già aperto ai concorrenti la propria tecnologia per riconoscere i brani creati dalle macchine, la piattaforma francese rilancia con un nuovo sistema che va oltre i confini del proprio catalogo: questa volta l’analisi riguarda le playlist, e non solo quelle ospitate sul servizio, ma quelle provenienti da qualsiasi piattaforma di streaming musicale.
Uno strumento che guarda oltre Deezer
L’idea di fondo è abbastanza chiara. Fino a oggi, individuare un pezzo prodotto dall’IA era qualcosa che ognuno gestiva in casa propria, sulla base del proprio catalogo. Deezer, invece, fa un passo diverso e mette a disposizione una soluzione capace di passare al setaccio le selezioni musicali indipendentemente dal luogo in cui sono state create. Vuol dire che una raccolta di brani costruita su un servizio rivale può comunque finire sotto la lente, per capire quanta musica artificiale si nasconde tra le tracce.
È una mossa che si inserisce in un percorso già avviato dall’azienda. Aver condiviso con i concorrenti il proprio sistema di rilevamento dei brani sintetici non era un gesto isolato: faceva parte di una strategia più ampia, quella di proporsi come riferimento nel campo della trasparenza sulla musica generata automaticamente. E ora, con questo secondo tassello, il quadro si allarga.
Perché la trasparenza diventa centrale
Il tema non è banale. Con la quantità di tracce artificiali che cresce a vista d’occhio sulle piattaforme di streaming musicale, sapere cosa si sta davvero ascoltando inizia a contare parecchio. Da una parte ci sono gli artisti in carne e ossa, che chiedono di non essere messi sullo stesso piano di contenuti prodotti in serie da un algoritmo. Dall’altra ci sono gli utenti, che magari vorrebbero almeno avere la possibilità di distinguere l’una dall’altra cosa.
Lo strumento di Deezer, in questo senso, prova a rispondere proprio a questa esigenza. Non si limita a etichettare i brani all’interno del proprio universo, ma estende lo sguardo a un ecosistema più vasto, dove le playlist viaggiano e si mescolano senza troppe barriere. Un approccio che, almeno sulla carta, punta a dare agli ascoltatori più controllo su quello che entra nelle loro cuffie.
La direzione intrapresa dall’azienda francese sembra insomma piuttosto definita: rendere riconoscibile la presenza dell’intelligenza artificiale nella musica, anche quando questa si annida in raccolte costruite altrove. Una scelta che conferma quanto la questione dei brani generati dalle macchine sia ormai entrata stabilmente nelle priorità del settore dello streaming.