I dazi sulle plug-in cinesi sono pronti a diventare il nuovo fronte caldo dello scontro commerciale tra Bruxelles e Pechino. La Commissione Europea, stando alle indiscrezioni che circolano nel settore automobilistico, starebbe preparando l’introduzione di dazi compensativi sulle auto ibride ricaricabili prodotte in Cina, ovvero le cosiddette PHEV. Una mossa che ricalca quella già operativa dal 2024 per le vetture completamente elettriche e che ha un obiettivo dichiarato, proteggere l’industria del Vecchio Continente da una concorrenza giudicata sleale perché sostenuta dai sussidi statali cinesi.
Perché Bruxelles ha deciso di muoversi
Il nodo centrale è sempre lo stesso, riequilibrare un mercato che secondo l’Europa pende troppo a favore dei costruttori asiatici. L’accusa è netta, le aziende della Repubblica Popolare avrebbero incassato per anni aiuti di Stato corposi, capaci di tenere i listini artificialmente bassi. Un vantaggio che i produttori europei non possono replicare, dovendo fare i conti con costi di produzione più alti e regole più severe.
A complicare il quadro c’è poi la questione del deficit commerciale, che continua a crescere e pesa parecchio sui rapporti tra le due sponde. Aggiungiamoci la dipendenza europea dalle forniture cinesi di materiali critici, le terre rare in primis, e si capisce perché a Bruxelles si parli sempre più spesso di sovranità industriale. I dazi compensativi servirebbero proprio a cancellare quel vantaggio ottenuto, secondo l’UE, grazie al sostegno pubblico ricevuto in patria.
La contromossa dei colossi cinesi
Ma perché colpire proprio adesso le ibride ricaricabili? Qui sta il punto interessante. Quando nel 2024 sono arrivati i dazi sulle elettriche, i marchi cinesi hanno cambiato strategia in fretta, puntando tutto sulle plug-in hybrid, che fino a quel momento pagavano solo la normale tassa di importazione del 10 per cento. E i numeri parlano chiaro.
In appena diciotto mesi i modelli cinesi presenti nella classifica delle 10 plug-in più economiche sul mercato sono passati da tre a nove. In Italia e nel resto d’Europa le immatricolazioni di questo segmento sono schizzate verso l’alto, con una crescita del 71 per cento nel solo mese di maggio 2026. Davanti a questi numeri la Commissione ha capito che i dazi sulle sole elettriche non bastavano più e ha deciso di allargare il tiro.
A finire nel mirino sono i grandi nomi della mobilità elettrificata cinese che hanno scommesso forte sull’Europa. Si parla di BYD, Chery, SAIC, proprietaria del marchio MG, e Geely. BYD, per fare un esempio, ha da poco lanciato modelli come la Dolphin G DM-i, pensati apposta per i gusti degli automobilisti europei.
I produttori asiatici, però, non sono certo rimasti a guardare. La via d’uscita la conoscono bene, spostare la produzione direttamente sul suolo europeo. BYD ha già messo in cantiere un impianto a Szeged, in Ungheria, mentre Chery sta per far partire la produzione in Spagna. Il motivo è semplice, i dazi si applicano in base al luogo dove l’auto viene costruita e non alla nazionalità del marchio. Le vetture assemblate dentro i confini dell’Unione Europea, quindi, sarebbero automaticamente fuori dal raggio d’azione delle tariffe.
Quello che ancora non si conosce è l’entità precisa di queste tariffe e quanto andranno a incidere sui prezzi finali. Se i dazi dovessero rivelarsi pesanti, i listini delle plug-in cinesi potrebbero alzarsi parecchio, mettendo un freno a una crescita che fino a oggi sembrava difficile da fermare. L’ultima parola spetta ora agli Stati membri, chiamati a dare il via libera definitivo alla proposta arrivata dalla Commissione.