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Daniel Coyle: le relazioni sono la condizione della performance

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Nelle aziende le relazioni vengono spesso trattate come un aspetto accessorio, un piacere da concedersi quando il lavoro vero è finito. Per Daniel Coyle questa visione è sbagliata alla radice, perché i legami tra le persone sono proprio il canale attraverso cui la performance prende forma. «Dove sono forti le informazioni circolano più velocemente, gli errori vengono ammessi prima, si chiede aiuto, si rischia di più e si condividono idee ancora embrionali e incomplete e per questo di valore», scrive l’autore americano, tra gli osservatori più noti di quei meccanismi che trasformano il talento del singolo in un risultato collettivo.

Coyle firma per il New York Times, è stato indicato da Bloomberg come autore dell’anno per il miglior libro di business e in Italia ha pubblicato con Apogeo il bestseller “Splendere. L’arte di costruire relazioni, gioia e significato”. Il punto di partenza è semplice: grazie alla tecnologia siamo sempre più connessi, eppure non per forza più vicini. «La relazione non è il contrario della performance, ma una condizione che la rende possibile», chiarisce.

Comunicare non significa essere connessi

Secondo Coyle l’equivoco più diffuso dei nostri giorni è confondere la comunicazione con la connessione. Messaggi, mail, post e chat scorrono senza sosta dalla mattina alla sera, ma tutto questo non garantisce affatto di sentirsi visti o compresi. «Le relazioni autentiche iniziano e finiscono con l’attenzione», spiega. Nascono quando l’altra persona smette di essere un dato o un problema da sistemare e diventa oggetto di una curiosità sincera.

Da qui una delle sue idee centrali, cioè l’esistenza di due modalità di attenzione. La prima è concentrata sul compito ed è stretta, veloce, efficiente, pensata per chiudere le pratiche. La seconda invece è relazionale, più ampia e lenta, aperta verso le persone e verso il contesto. La tecnologia asseconda benissimo la prima, ed è proprio questo il rischio, cioè ritrovarsi a vivere sempre lì. Il passaggio all’attenzione relazionale «può accadere in due secondi ma richiede qualcosa di sempre più raro: la nostra piena attenzione».

Organizzazioni come sistemi viventi e il valore dell’attrito

Il tema pesa ancora di più in un’epoca segnata da quella che l’Economist definisce “prevedibile imprevedibilità”. Se si deve far funzionare un macchinario servono controllo e prevedibilità, osserva Coyle, ma la gran parte delle organizzazioni oggi somiglia più a un sistema vivente e interconnesso. Deve percepire il contesto, adattarsi, sperimentare e imparare, e non dall’alto ma insieme a chi lavora sul campo. In scenari complicati le relazioni diventano uno dei pilastri delle prestazioni.

Interpretare la complessità dipenderà dalla capacità di costruire fiducia, appartenenza e un senso condiviso. Anche il World Economic Forum va nella stessa direzione e chiede ai leader di diventare “orchestratori” di intelligenze umane e artificiali. La leadership relazionale non coincide più con chi ha le risposte migliori, ma con chi sa creare ambienti in cui persone e algoritmi producono innovazione insieme.

Per Coyle il valore sta nei segnali piccoli, continui e quasi invisibili come il contatto visivo, la vicinanza, l’attenzione o una battuta ironica. Le piattaforme ne sottraggono una parte e rendono gli scambi privi di attrito, il che a prima vista sembra solo un vantaggio. Ma la connessione umana ha bisogno di un po’ di frizione, fatta di un corridoio percorso, una chiacchierata non programmata, una lunga sosta attorno a un tavolo, un’esperienza vissuta insieme. Sono quelle piccole inefficienze in cui i legami nascono e crescono.

Serve allora diventare «bilingui riguardo alla velocità», capaci di distinguere ciò che va accelerato da ciò che va rallentato. Il pericolo nasce quando si applicano alle persone, senza accorgersene, i ritmi della tecnologia. Va bene eliminare gli attriti inutili, molto meno cancellare incontri, conversazioni, disaccordi ed esperienze condivise. «Le macchine sono molto brave a darci risposte, mentre gli esseri umani sono molto bravi a capire insieme quali domande contano», avverte Coyle. Il suo invito è ripensare i luoghi di lavoro superando la sfida tra uomo e macchina, automatizzando ciò che può correre e proteggendo gli spazi in cui le persone discutono, cambiano idea e perfezionano insieme un’intuizione ancora acerba. «Quello che sembra inefficiente è il luogo nel quale un gruppo cresce», perché la tecnologia accelera tutto ma la fiducia ha bisogno di tempi lenti per costruirsi e consolidarsi.

Fonte: TecnoAndroid

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