Nelle ultime ore il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha deciso di svelare GenAI.mil, una piattaforma di intelligenza artificiale pensata su misura per le esigenze interne delle forze armate. La notizia è arrivata con il solito stile piuttosto diretto del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha presentato la piattaforma come una rivoluzione, qualcosa in grado di mettere “i più potenti modelli AI di frontiera direttamente nelle mani di ogni combattente americano” e di rendere le forze armate “più letali che mai”. Dichiarazioni che lasciano un’eco pesante e un po’ scenografica, quasi da trailer hollywoodiano.
GenAI.mil: l’AI del Pentagono tra retorica da campo e funzioni da ufficio
Poi però si passa alla versione di Google, e il contrasto è immediato. Da una parte il linguaggio marziale, dall’altra un tono molto più misurato, più da ufficio che da campo di battaglia. La società, che è partner del progetto grazie a Gemini, parla di compiti che hanno poco di epico e molto di pratico: sintesi di manuali, organizzazione di regolamenti, produzione di checklist, estrazione di informazioni da contratti e compilazione di valutazioni del rischio. Nulla che riguardi informazioni classificate, nulla che lasci immaginare scenari fantascientifici. Solo strumenti amministrativi più rapidi e meglio organizzati.
Il fatto che Google sia tornata a lavorare con il Pentagono è di per sé curioso, considerando quanto le precedenti collaborazioni abbiano fatto discutere. Basti ricordare Project Maven, che aveva a che fare con l’analisi delle immagini dei droni da combattimento e che aveva innescato un’ondata di proteste interne non proprio trascurabile. Negli ultimi mesi, però, la compagnia ha silenziosamente tolto dal proprio codice etico l’impegno a non sviluppare AI per scopi militari o di sorveglianza. Ed è quasi ironico vedere come ora si affretti a chiarire che i dati di GenAI.mil non verranno usati per addestrare i modelli pubblici: come a dire, sì, collaboriamo, ma non preoccupatevi, certe porte restano chiuse.
Dal linguaggio bellico alle checklist
La piattaforma sembra già online e operativa, anche se il modo in cui è stata comunicata lascia qualche perplessità. Non proprio una grande presentazione con fanfare e comunicati ufficiali, quanto più una scoperta un po’ casuale. Un utente ha raccontato di essersi trovato davanti un pop-up inaspettato su un computer militare, e per qualche istante non era nemmeno chiaro se si trattasse di qualcosa di autentico. Il sito, in teoria, è accessibile a tutti, ma se lo si visita da fuori le reti del Dipartimento compare subito un avviso piuttosto netto che ricorda la mancanza di autorizzazione. Una di quelle situazioni in cui la tecnologia è già pronta, ma la comunicazione sembra essere rimasta qualche passo indietro.