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CXMT, resa al 90% sui chip DDR5 a 17 nm: il gap resta

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Il produttore cinese di memorie CXMT avrebbe raggiunto una resa produttiva del 90% sui suoi chip DDR5 realizzati con processo a 17 nanometri, un traguardo che secondo la stampa cinese avvicina l’azienda ai colossi storici del settore. Non è un dettaglio da poco, perché la resa è esattamente ciò che separa un progetto interessante sulla carta da una fornitura industriale capace di reggere volumi seri.

Il contesto aiuta a capire perché la notizia circoli così tanto. CXMT è finita spesso nelle cronache del settore negli ultimi mesi, spinta dalla domanda fortissima dell’industria locale e dall’interesse di Apple, che guarda a quei chip come possibile valvola di sfogo davanti alla carenza globale di memorie. Con una resa attorno al 90%, l’azienda si mette nelle condizioni di spedire quantità ben più consistenti rispetto al passato.

CXMT: il nodo tecnologico resta la differenza principale

Qui però serve un distinguo tecnico, altrimenti il paragone rischia di essere fuorviante. I chip DDR5 di CXMT sono prodotti su un nodo di classe 17 nanometri. Micron e le altre grandi realtà del settore lavorano invece su nodi di classe 10 nanometri, quelli chiamati 1 gamma, che richiedono macchinari per la litografia a ultravioletti estremi, la cosiddetta EUV. È una differenza generazionale, non un dettaglio di targhetta.

E proprio su questo punto si gioca il limite strutturale del produttore cinese. Le sanzioni statunitensi impediscono a CXMT di accedere liberamente alle tecnologie litografiche più recenti, il che significa che il gap con SK hynix, Samsung Electronics e Micron non si chiude soltanto migliorando la resa. Servirebbero strumenti che, al momento, restano fuori portata. La capacità di spedire volumi paragonabili a quelli dei tre grandi rimane quindi limitata, per quanto in crescita.

Chi compra e chi si tiene alla larga

Sul fronte commerciale il quadro è più sfumato di quanto si potrebbe pensare. Diversi produttori di PC hanno iniziato a montare memorie CXMT nei propri prodotti, e in testa al gruppo ci sono Acer e ASUS. Le due aziende vendono soprattutto in Cina continentale e nei mercati emergenti, dove la sensibilità politica sul tema è decisamente inferiore.

L’utilizzo, però, resta contenuto. Le fonti citate parlano di un impiego volutamente limitato, dettato dal timore della reazione dei tre grandi fornitori di memorie. Nessuno vuole compromettere rapporti consolidati con SK hynix, Micron e Samsung per risparmiare qualcosa su una fornitura alternativa, almeno finché il mercato resta teso come adesso.

Sul versante americano l’atteggiamento è più rigido. Dell ha vietato completamente l’uso dei chip CXMT nei propri prodotti. HP ha scelto una via intermedia, impiegandoli soltanto nei dispositivi destinati alla Cina continentale. Una strategia che, di fatto, ricalca quella attribuita ad Apple, che secondo precedenti indiscrezioni avrebbe fatto pressione sul governo statunitense per ottenere il via libera all’uso delle memorie cinesi nei prodotti destinati al mercato cinese.

Un equilibrio ancora fragile

Il risultato è un mercato spaccato in due, dove la stessa componente può essere accettabile o proibita a seconda di dove finisce il prodotto finito. CXMT si è ritagliata uno spazio reale, questo è innegabile, ma la sua presenza globale resta condizionata da vincoli che non dipendono dalla qualità dei chip.

La resa del 90% sul nodo a 17 nanometri racconta comunque di un’azienda che ha imparato a produrre in modo efficiente con gli strumenti che ha a disposizione, che poi è il vero indicatore di maturità industriale in questo settore. Il salto successivo, quello verso i nodi di classe 10 nanometri con litografia EUV, dipende da decisioni che si prendono molto lontano dalle fabbriche cinesi.

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