In questo articolo Indice dei contenuti 3 sezioni
Il debito di CoreWeave sta diventando un problema che va ben oltre i conti di una singola azienda e investe l’intero settore dell’intelligenza artificiale. La scorsa settimana è stata pesante per la società: le sue obbligazioni sono scivolate in quella che, secondo una definizione piuttosto diffusa, viene considerata zona di sofferenza. Succede quando gli investitori pretendono un rendimento superiore di 1.000 punti base rispetto ai titoli di Stato. Martedì scorso Chamath Palihapitiya, soprannominato il “re delle SPAC”, ha notato proprio questo segnale e si è chiesto apertamente se la corsa alle infrastrutture per l’AI non sia in realtà una bolla del credito privato.
Da quella chiusura di martedì le azioni CoreWeave hanno perso oltre il 20%, un calo tutt’altro che trascurabile. E qualche contraccolpo si è visto anche su altri titoli legati all’AI. Quando dubbi del genere arrivano da figure di quel peso il mercato tende ad ascoltare con un’attenzione diversa.
CoreWeave, il debito preoccupa: la sete di capitali e il nodo dell’investment grade
A complicare il quadro ci ha pensato Brannin McBee, uno dei cofondatori di CoreWeave. Lo stesso giorno del post di Palihapitiya ha spiegato al Financial Times che l’azienda punta a ottenere per il proprio debito un rating investment grade, uscendo così dalla categoria dei titoli spazzatura. L’obiettivo è poter chiedere prestiti alle compagnie assicurative, il cui capitale secondo McBee è “illimitato”. Non si tratta di un’idea campata in aria, visto che di recente CoreWeave ha già ottenuto il suo primo prestito garantito da chip con valutazione investment grade. Però parlare di attingere alle enormi risorse degli assicuratori fa temere agli investitori che un’azienda già fortemente indebitata finisca per esporsi ancora di più.
John Yovanovic, corresponsabile della finanza a leva di MetLife Investment Management, ha inquadrato la questione così: “Il problema non è che i profili di credito siano cambiati nell’ultimo anno, è che abbiamo davanti un altro anno e mezzo di offerta in arrivo”.
C’è chi legge tutto questo come il segnale che la bolla dell’AI stia scoppiando. La conclusione però appare prematura. Un titolo che crolla in Borsa non equivale per forza a un disastro finanziario, perché le azioni esprimono fiducia nel futuro di un’impresa e non fotografano l’attività quotidiana. Il punto delicato è un altro: CoreWeave porta sulle spalle un debito molto costoso e se quel debito diventa ancora più caro, arrivare a un utile si fa ancora più difficile.
Conti in rosso ma contratti blindati
CoreWeave è ormai il simbolo dell’indebitamento legato all’AI. Secondo i risultati del secondo trimestre doveva oltre 35 miliardi di dollari, circa 30 miliardi di euro. In parte perché è stata pioniera nell’uso delle GPU come garanzia per ottenere finanziamenti, in parte perché la società non ha un vero business oltre alla vendita di potenza di calcolo. Un’attività che peraltro non genera profitti: nel primo semestre le perdite hanno superato il miliardo di dollari, oltre 850 milioni di euro.
A sostenere l’azienda ci sono però le cosiddette obbligazioni contrattuali residue dei clienti, pari a 103,7 miliardi di dollari al secondo trimestre, cioè circa 89 miliardi di euro. Circa il 40% di questa cifra dovrà essere versato a CoreWeave nel 2028 e chi ha firmato quei contratti non può annullarli se non in circostanze molto limitate. I clienti principali sono Microsoft, OpenAI e con buona probabilità Nvidia, anche se l’azienda non rivela l’identità del terzo cliente per importanza. Insieme hanno prodotto quasi tre quarti dei ricavi del secondo trimestre.
Microsoft e Nvidia sembrano solide e difficilmente avrebbero interesse a spingere CoreWeave oltre il baratro, dato che un suo fallimento provocherebbe parecchi danni collaterali sul mercato. OpenAI appare meno stabile, ma a meno di difficoltà finanziarie molto più gravi di quanto noto, CoreWeave dovrebbe reggere ancora per un po’. Finché riesce a onorare i debiti la musica continua. Solo quando il boom dell’AI rallenterà si capirà se il suo modello di business sia davvero sostenibile.
Il contagio arriva fino a Oracle
Intanto le tensioni attorno a CoreWeave hanno messo in difficoltà anche altre aziende che si sono indebitate pesantemente per costruire infrastrutture AI. È il caso di Oracle, le cui azioni hanno perso quasi il 10% nello stesso arco di tempo, mentre anche le sue obbligazioni hanno subito un’ondata di vendite. Le preoccupazioni degli investitori su CoreWeave riguardano in realtà tutti i neocloud, perché non è affatto chiaro che il noleggio di server nudi sia un buon affare. Nel frattempo c’è comunque chi approfitta del ribasso per comprare.
Fonte: TecnoAndroid


