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Sul copyright AI la Casa Bianca ha scelto da che parte stare, e lo ha fatto nel modo più diretto possibile: intervenendo nel procedimento che vede contrapposti il New York Times, un gruppo di autori, OpenAI e Microsoft. Il Dipartimento di Giustizia statunitense ha depositato la propria posizione sostenendo una lettura ampia del fair use, quella dottrina del diritto americano che consente in certi casi l’utilizzo di materiale protetto senza chiedere il permesso a chi ne detiene i diritti. Tradotto in termini pratici, per l’amministrazione Trump addestrare i modelli di intelligenza artificiale su contenuti coperti da diritto d’autore rientrerebbe in quel perimetro. Non è una sfumatura tecnica per addetti ai lavori. Il punto è che una causa privata fra editori, scrittori e aziende tecnologiche si trasforma, per effetto di quell’intervento, in una questione di politica industriale. Il governo federale non è parte del contenzioso, eppure sceglie di far pesare la propria voce su come i giudici dovrebbero interpretare la legge. E la direzione indicata è chiara: meno ostacoli per chi costruisce modelli, più margine di manovra per l’industria dell’intelligenza artificiale.
Cosa significa spostare l’asticella del fair use
Il fair use nasce come valvola di sfogo del sistema americano del diritto d’autore. Serve a evitare che la tutela diventi una gabbia, permettendo usi che hanno un valore sociale riconosciuto. Il problema è che quella valvola non è mai stata pensata per un fenomeno delle dimensioni dell’addestramento dei modelli generativi, dove il materiale ingerito è enorme e il risultato finale può competere direttamente con le opere di partenza.
Da qui la frattura. Da un lato OpenAI e Microsoft, che difendono la legittimità dell’uso dei contenuti per l’addestramento. Dall’altro il New York Times e gli autori, che vedono nella pratica una sottrazione di valore senza compenso. Nel mezzo, ora, il Dipartimento di Giustizia con una posizione che assomiglia molto a una scelta di campo. Chi produce contenuti giornalistici o letterari ha ragioni concrete da mettere sul tavolo. Se il lavoro editoriale alimenta sistemi capaci poi di restituire risposte che rendono superflua la visita alla fonte originale, il modello economico che regge quel lavoro si assottiglia. Non è una questione ideologica, è aritmetica.
Il confronto si sposta dal tribunale al tavolo internazionale
La mossa americana non resta confinata dentro i confini nazionali. Il tema del copyright applicato all’intelligenza artificiale è già arrivato ai tavoli del G20, dove le posizioni dei diversi blocchi faticano a convergere. E soprattutto si scontra con l’impostazione europea, che ha imboccato una strada differente, più attenta agli obblighi di trasparenza e alla tutela dei titolari dei diritti. Qui sta il nodo più delicato. Se gli Stati Uniti consolidano un’interpretazione permissiva e l’Europa mantiene regole più stringenti, le aziende che sviluppano modelli si troveranno davanti a due sistemi normativi divergenti. La conseguenza prevedibile è la ricerca della giurisdizione più conveniente, con tutto quello che comporta in termini di competitività per chi resta ancorato a un quadro più rigido.
L’amministrazione Trump sembra aver messo in conto questo effetto, anzi, probabilmente lo considera parte del risultato. Rendere il territorio americano il posto più ospitale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale significa anche ridurre gli attriti legali che rallentano l’accesso ai dati.
Per gli editori europei, e per il mondo della creatività in generale, la partita che si gioca nelle aule di tribunale statunitensi avrà ricadute ben oltre l’oceano. Le decisioni dei giudici americani sul fair use fisseranno un precedente destinato a essere citato ovunque, anche dove il fair use non esiste come istituto giuridico. E le pressioni per allineare le regole europee a quel modello arriveranno di conseguenza, sui tavoli negoziali e nei rapporti commerciali fra le due sponde dell’Atlantico.








