In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Un cervello umano potrebbe essere conservato oggi e riportato in funzione in un futuro più o meno lontano? Secondo un sondaggio condotto tra i medici statunitensi, la probabilità che la conservazione del cervello umano possa davvero funzionare si attesta al 25,5%. Non si tratta di una promessa e nemmeno di una certezza scientifica, ma di una stima che arriva da chi la medicina la pratica ogni giorno. Il dato colpisce proprio per questo, perché non liquida l’idea come semplice fantascienza e allo stesso tempo resta lontano da un entusiasmo cieco.
Conservazione del cervello umano: cosa racconta la stima dei medici americani
Messo in termini più semplici, quel 25,5% equivale a poco più di una possibilità su quattro. È una cifra che va letta con attenzione. Da un lato indica che una parte dei professionisti interpellati considera plausibile che un cervello preservato possa un giorno tornare a essere qualcosa di più di un organo custodito. Dall’altro lato lascia intendere che per la maggioranza delle probabilità l’esito resta incerto o negativo. Il punto interessante sta tutto qui, perché quando si parla di riportare indietro un cervello umano la conversazione tende spesso a scivolare verso i film o i romanzi. Una valutazione espressa da medici sposta invece il discorso su un terreno diverso, più vicino alla pratica clinica che all’immaginazione. Il sondaggio non dice che la tecnica esiste già né che sia dietro l’angolo. Fotografa piuttosto un’opinione condivisa da una categoria che di solito si muove con cautela davanti alle ipotesi più ardite. E proprio questa prudenza rende la cifra degna di essere osservata da vicino, senza caricarla di significati che non ha.
Farmaci pensati per conservare e non per guarire
C’è poi un aspetto che cambia parecchio la prospettiva. Se la conservazione del cervello dovesse un giorno diventare una strada percorribile, i medici potrebbero arrivare a prescrivere medicinali che non servono a far stare meglio il paziente ma soltanto a renderne più semplice la preservazione. Un’idea che rovescia il senso stesso della terapia così come viene intesa oggi. Normalmente un farmaco viene scelto per curare un disturbo, alleviare un sintomo o allungare la vita in condizioni accettabili. In questo scenario l’obiettivo sarebbe tutt’altro, cioè preparare il cervello nel modo migliore possibile in vista di un ipotetico ritorno futuro. Il beneficio non riguarderebbe quindi il presente della persona ma un domani di cui nessuno conosce i tempi.
È un cambio di paradigma che tocca da vicino il rapporto tra medico e paziente. Prescrivere qualcosa che non migliora le condizioni di salute significherebbe ragionare su un orizzonte molto più lungo di quello a cui la medicina è abituata. La cura, in questo caso, smetterebbe di essere soltanto guarigione e diventerebbe anche custodia. Per ora si tratta di un’ipotesi legata a quella probabilità stimata dai medici statunitensi, niente di più. Ma basta a far capire quanto il tema della preservazione cerebrale possa spingersi oltre i confini della medicina tradizionale. Secondo il sondaggio, la possibilità che un cervello umano conservato possa essere riportato indietro in futuro è stimata al 25,5%.
Fonte: TecnoAndroid


