Si chiama Rich Starry, è una petroliera chimica cinese e dal 2023 figura nella lista nera degli Stati Uniti per il trasporto di prodotti energetici iraniani. Nei giorni scorsi, dopo il blocco navale annunciato dal presidente statunitense Donald Trump, ha attraversato lo stretto di Hormuz per poi tornare indietro con una misteriosa inversione a U. Le manovre della Cina, così come di altre imbarcazioni di paesi asiatici, su Hormuz non sono ancora del tutto interpretabili. La guerra in Iran causa una serie di problemi. Ma anche opportunità per una Pechino che gioca una partita complessa di mediazione dietro le quinte, insieme a un’intensa attività diplomatica tesa a rafforzare le sue credenziali di presunta “potenza responsabile”.
Dall’inizio del conflitto, la libera navigazione sullo stretto di Hormuz non è più garantita. Innanzitutto per il blocco operato dall’Iran, a cui si è sommato quello annunciato dagli Stati Uniti. Un problema enorme per diversi paesi, a partire da quelli asiatici, che dipendono in modo massiccio da quelle rotte per l’approvvigionamento energetico e per i propri scambi commerciali. Mentre gli armatori occidentali tendono a negoziare privatamente condizioni di transito. Spesso in modo frammentato e senza un chiaro coordinamento politico, i paesi asiatici sembrano muoversi attraverso canali più strutturati e istituzionali. Una differenza che riflette una maggiore esposizione sistemica al rischio e che spinge i governi della regione a intervenire direttamente.
La Cina rappresenta il caso più emblematico. Il rapporto privilegiato tra Pechino e Teheran costituisce la base di una cooperazione che si è rafforzata negli ultimi anni. Ciò anche grazie a reti informali di commercio energetico che aggirano le sanzioni internazionali. Circa l’80% delle esportazioni di petrolio iraniano è diretto verso la Cina, un indicatore piuttosto eloquente di interdipendenza strategica. Questo legame consente a Pechino di negoziare condizioni relativamente favorevoli per il transito delle proprie navi. Proprio come dimostrato dal passaggio ufficiale di alcune portacontainer della Cosco e dalla recente ripresa delle prenotazioni per le spedizioni commerciali verso il golfo Persico.
Stretto di Hormu: pedaggi in yuan e accordi bilaterali con Teheran
Questo privilegio non è però privo di ambiguità. Nei primi giorni del conflitto, numerose navi hanno adottato strategie di segnalazione identitaria, trasmettendo messaggi come “equipaggio cinese” per ridurre il rischio di essere colpite. Il sistema dei pedaggi imposti dai pasdaran, che sarebbero pagabili in yuan o in stablecoin, introduce una dimensione economica e monetaria che rafforza sì il ruolo internazionale della valuta cinese, ma allo stesso tempo solleva interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo di queste pratiche. Alcuni analisti cinesi, come Ye Yan, hanno criticato l’Iran e l’accettazione del pedaggio. A suo dire, ciò che conta non è la valuta utilizzata, ma il fatto che la Cina accetti il precedente di “un’estorsione marittima”.
Altri paesi hanno raggiunto accordi più espliciti con Teheran. È il caso del Pakistan, che ha siglato un’intesa che prevede il passaggio quotidiano di un numero limitato di navi. Anche l’India ha avviato un dialogo diretto con Teheran per garantire il transito delle proprie imbarcazioni attraverso lo stretto di Hormuz. Petroliere e metaniere indiane sono riuscite a passare, in alcuni casi con assistenza operativa lungo il percorso, frutto di interlocuzioni mirate tra i due governi. Le autorità indiane tengono a precisare che non esiste alcuna intesa strutturata o accordo generale. Ogni attraversamento viene concordato separatamente, caso per caso, in base alle condizioni del momento.
Hanno trattato con l’Iran anche alleati degli Stati Uniti. Su tutti il Giappone. A inizio aprile hanno iniziato a passare sullo Stretto le metaniere della Mitsui OSK Lines, dopo che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che erano iniziate trattative per il passaggio delle navi nipponiche. Poco dopo, la premier Sanae Takaichi ha parlato col presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Il Giappone è l’unico paese del G7 ad aver mantenuto relazioni amichevoli con Teheran, che ha apprezzato la resistenza di Takaichi alla richiesta di inviare navi da guerra a Hormuz, avanzata da Trump. Da Hormuz passa il 93% del petrolio importato da Tokyo. Cifre simili a quelle della Corea del Sud, che smentisce negoziati sui pedaggi, nonostante le insistenti voci dei media di Seul.
La Cina tra mediazione e distacco calcolato
Il blocco successivo annunciato da Trump aggiunge un elemento di complessità che si intreccia con le manovre della diplomazia cinese sulla guerra in Medio Oriente. Pechino vuole mostrarsi disponibile alla mediazione, parlando con tutte le parti in causa, ma allo stesso tempo controllare con estrema attenzione il grado di coinvolgimento ed evitare di assumere responsabilità dirette che potrebbero trasformarsi in un costo politico o strategico. La frase chiave è proprio questa, la Cina vuole essere presente, influente, ma non vincolata.
Il ripetuto invito a intensificare gli sforzi per i colloqui di pace e a proteggere il cessate il fuoco riflette una linea coerente con le iniziative già lanciate da Pechino, in particolare il piano in cinque punti elaborato insieme al Pakistan, poco prima dei negoziati falliti di Islamabad, e che include la sicurezza delle rotte marittime e il ritorno al negoziato come soluzione strutturale alla crisi. Sulla stessa linea i “quattro punti per la pace e la stabilità in Medio Oriente” illustrati da Xi Jinping durante l’incontro con Khaled bin Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi. Il primo punto insiste sulla coesistenza pacifica, il secondo richiama il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, il terzo sottolinea la centralità della Carta delle Nazioni Unite, il quarto lega strettamente sicurezza e sviluppo.
Applicati alla crisi con l’Iran, questi punti sono formulati in modo tale da proiettare l’immagine di una Cina equidistante, capace di mantenere un equilibrio tra Teheran e i paesi del Golfo. Ne emerge una critica indiretta sia alle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele, sia alle azioni di ritorsione dei pasdaran.
Per la Cina è fondamentale mostrarsi attiva nel dialogo anche per rispondere indirettamente alle pressioni americane. Dal riferimento alla richiesta di invio di navi da guerra per tutelare la navigabilità di Hormuz, avanzata a marzo da Trump, alle ricostruzioni secondo cui l’Iran avrebbe utilizzato satelliti cinesi per colpire le basi americane. Ricostruzioni smentite da Pechino, con lo stesso Trump che ha affermato di aver ricevuto garanzie dirette da Xi Jinping.
Allo stesso tempo, è da segnalare il tentativo cinese di ridefinire i limiti del proprio ruolo. Negli ultimi giorni si è diffusa la narrativa secondo cui Pechino avrebbe avuto un ruolo decisivo nel convincere l’Iran ad accettare una tregua temporanea con gli Stati Uniti. Attraverso canali semi ufficiali, Pechino ha cercato di ridimensionare questa lettura, definendola una “generalizzazione” e una semplificazione volta a trasferire sulla Cina responsabilità che non intende assumere. La scelta di mantenere una “giusta distanza” dall’Iran è il cuore di questa strategia. Un allineamento troppo esplicito con Teheran rischierebbe di compromettere i rapporti con altri attori regionali, in particolare i Paesi del Golfo, dove la Cina ha costruito negli ultimi anni una rete di relazioni ampia basata su equidistanza e pragmatismo.
Non è un caso che Pechino sia diventata un crocevia di intensa attività diplomatica. Nel giro di pochi giorni, Xi ha ricevuto una raffica di leader internazionali, tra cui il premier spagnolo Pedro Sanchez e il presidente vietnamita To Lam, nonché Cheng Li-wun, a capo dell’opposizione di Taiwan. Se non ci saranno ulteriori rinvii, tra maggio e giugno arriveranno a Pechino anche Trump e Vladimir Putin, in un complesso gioco a tre dove Xi punta a rendersi l’ingranaggio insostituibile.