Carl Sagan aveva visto lontano, e oggi rileggere le sue parole fa un certo effetto. L’astronomo e divulgatore, una delle voci più riconoscibili della scienza nella seconda metà del Novecento, aveva messo in guardia contro un pericolo che allora sembrava lontano e che invece sentiamo addosso ogni giorno. La superficialità con cui ci informiamo, la fatica a distinguere il vero dal falso, quella sensazione di galleggiare in un mare di notizie senza riuscire ad afferrare nulla di solido. Tutto questo lui lo aveva intuito, e ne aveva parlato apertamente.
Una voce che ha segnato la divulgazione scientifica
Difficile trovare un nome più legato alla divulgazione scientifica di quello di Sagan. Saggista, romanziere, scienziato vero, riuscì in un’impresa che a tanti riesce male, cioè rendere accessibile la complessità senza svilirla. Collaborò a lungo con la NASA e lavorò con la televisione pubblica statunitense, dove costruì documentari rimasti nella memoria collettiva.
Il caso più celebre è Cosmos, una serie che ha portato l’astronomia e la riflessione sull’universo dentro le case di milioni di persone. Non era solo spettacolo, anche se sapeva come tenere incollato chi guardava. Dietro c’era un metodo, una passione per il sapere condiviso, l’idea che la conoscenza non dovesse restare chiusa nei laboratori. Sagan parlava a tutti, e proprio per questo veniva ascoltato.
La profezia sul pensiero critico
Quello che colpisce, oggi, è la lucidità con cui aveva anticipato i rischi della comunicazione di massa. Sagan difendeva con forza il pensiero critico, lo considerava una specie di scudo contro la manipolazione e l’ignoranza travestita da certezza. Temeva una società sempre più dipendente dalla tecnologia ma sempre meno capace di comprenderla, una popolazione che usa strumenti potentissimi senza avere idea di come funzionino davvero.
In quel quadro, secondo lui, chi avesse voluto raccontare frottole o vendere illusioni avrebbe avuto vita facile. Bastava confezionare un messaggio accattivante, sfruttare la fretta, contare sul fatto che pochi avrebbero verificato. La scienza, intesa come metodo e come abitudine a domandarsi il perché delle cose, rappresentava per lui l’unico antidoto serio. Non una raccolta di nozioni, ma un modo di guardare il mondo con sano scetticismo.
C’è qualcosa di quasi inquietante nel ritrovare quei ragionamenti calati nel presente. La superficialità mediatica che denunciava è diventata il sottofondo costante delle nostre giornate, tra titoli urlati, contenuti pensati per durare pochi secondi e una valanga di informazioni che difficilmente lasciamo decantare. Sagan immaginava proprio questo, una cultura distratta, frettolosa, vulnerabile a chiunque sappia premere i tasti giusti.