La scoperta di un raro buco nero all’interno di Omega Centauri arriva dopo oltre vent’anni di osservazioni pazienti, ed è il tipo di risultato che tiene svegli gli astronomi la notte. Perché parliamo di uno degli oggetti più sfuggenti dell’Universo, nascosto nel più grande ammasso globulare della Via Lattea. Trovarlo non è stato semplice, tutt’altro.
Gli ammassi globulari, per chi non mastica astronomia tutti i giorni, sono ambienti davvero estremi. Racchiudono milioni di stelle nate oltre 12 miliardi di anni fa, quindi quasi vecchie quanto l’Universo stesso. I modelli teorici dicono da tempo che dovrebbero ospitare migliaia di piccoli buchi neri, quelli prodotti dall’esplosione delle stelle più massicce. Strutture ancestrali, insomma, dentro cui potrebbero nascondersi risposte a domande che la scienza si porta dietro da decenni.
Il problema di cercare qualcosa che è quasi invisibile
C’è però un ostacolo grosso come una casa. Questi oggetti sono praticamente invisibili e, fino a oggi, nessuno era riuscito a individuarne uno con certezza dentro Omega Centauri. Che poi è il più massiccio degli ammassi globulari che orbitano intorno alla nostra galassia, una specie di gigantesca palla di stelle stipate le une sulle altre. Cercarci dentro un buco nero è un po’ come voler trovare un ago in un pagliaio, con la differenza che l’ago non emette luce.
La svolta è arrivata rimettendo mano a un archivio enorme. Gli scienziati hanno analizzato oltre vent’anni di osservazioni raccolte dal telescopio spaziale Hubble, integrandole poi con i dati più recenti del James Webb Space Telescope. Due strumenti diversi, due epoche diverse, ma messi insieme hanno permesso di leggere qualcosa che prima sfuggiva.
E qui sta la parte interessante dal punto di vista del metodo. Di solito, per stanare un buco nero, si vanno a caccia di emissioni radio o di raggi X, cioè della radiazione che sprigiona il materiale mentre precipita dentro l’oggetto. Stavolta l’approccio è stato diverso. Gli astronomi hanno seguito con una precisione quasi maniacale il movimento di una singola stella. Perché una stella che si comporta in modo strano, accelerando o cambiando traiettoria senza motivo apparente, tradisce la presenza di qualcosa di massiccio e invisibile che le sta girando intorno.
È proprio questo genere di indizio indiretto a fare la differenza in una situazione dove la luce diretta manca del tutto. Il movimento anomalo della stella diventa la firma di un oggetto che altrimenti resterebbe fuori dalla portata di qualsiasi telescopio. Un lavoro di pura pazienza osservativa, dove il tempo accumulato dalle rilevazioni di Hubble ha finito per valere quanto la tecnologia più moderna del Webb.
Il risultato è la conferma di ciò che i modelli avevano previsto ma che nessuno era mai riuscito a mettere nero su bianco dentro Omega Centauri. Un tassello che riempie un vuoto rimasto aperto per tanto tempo e che aiuta a capire meglio come si formano e si evolvono questi giganti nascosti al centro degli ammassi più antichi.