Avvocati e AI sono ormai una coppia di fatto. Negli studi legali l’intelligenza artificiale è entrata da tempo, usata praticamente ogni giorno per velocizzare ricerche giurisprudenziali e stesura degli atti. Eppure proprio qui nasce il problema, perché in troppi ne stanno abusando, e gli errori che ne derivano non sono di poco conto. Anzi, a volte sono grossolani al punto da finire dritti davanti a un giudice.
La cornice normativa, intanto, prova a tenere il passo. Dall’Ordine di Milano è arrivato di recente il primo decalogo sui doveri dell’avvocato che adotta l’IA, una serie di principi poi recepiti in forma sintetica nella legge 132/2025. È un primo passo, certo, ma la regolamentazione resta ancora acerba e da sola non riesce a fermare gli abusi più clamorosi.
Quattro sentenze inventate di sana pianta
Il caso che ha fatto rumore arriva da Siracusa. Un avvocato ha infilato nel proprio atto difensivo quattro citazioni attribuite alla Cassazione, complete di virgolette e passaggi testuali, come se fossero state copiate parola per parola da sentenze reali. Peccato che, dopo i controlli del giudice, sia emerso che nessuna di quelle pronunce esisteva. Tutte fasulle.
Il risultato è arrivato puntuale. Con la sentenza n. 338 del 20 febbraio 2026, questa volta vera e dagli effetti molto concreti, il Tribunale di Siracusa ha condannato il legale per responsabilità aggravata. Un epilogo amaro, frutto di una fiducia mal riposta nello strumento sbagliato usato nel modo sbagliato.
Le allucinazioni dei chatbot e perché un avvocato dovrebbe saperlo
Quello descritto è un esempio da manuale di allucinazioni, gli errori tipici di ChatGPT, Claude, Gemini e affini. Funziona così, in fondo. Questi sistemi non vanno a cercare informazioni dentro una banca dati verificata, ma generano sequenze di testo statisticamente probabili sulla base di ciò che hanno imparato durante l’addestramento. È una differenza enorme, e spesso sottovalutata. Il chatbot non sa se una sentenza esiste davvero, sa solo come dovrebbe suonare una sentenza.
Un avvocato, di tutte le persone, dovrebbe avere ben chiaro questo meccanismo. L’intelligenza artificiale può fare da supporto, da ausilio per sgrezzare il lavoro, ma non può diventare un copia e incolla cieco dell’output di un modello. Affidarsi senza controllo significa scaricare il peso sugli altri, perché a quel punto il giudice e la controparte si ritrovano costretti a verificare l’attendibilità di ogni singola citazione e a ribattere su argomentazioni costruite sul nulla.
Il punto, in sostanza, non è demonizzare la tecnologia. Gli strumenti di AI generativa restano preziosi quando vengono maneggiati con cognizione di causa. La responsabilità, però, resta tutta umana. Chi firma un atto si assume ciò che c’è scritto, virgolette comprese, e nessun algoritmo può prendersi la colpa al posto suo. Vale per la stesura degli atti come per le ricerche, vale ovunque entri in gioco la professione legale.