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Automotive, mancano le competenze: i profili più ricercati

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Nel mondo automotive italiano il problema più urgente non riguarda più soltanto le immatricolazioni, ma le persone che dovrebbero far funzionare la macchina industriale nei prossimi anni. Il 2024 ha segnato uno spartiacque: dopo una lunga fase di crescita quasi ininterrotta, la filiera ha rallentato e si è trovata davanti a una crisi diversa da quelle già viste, fatta di competenze mancanti più che di fabbriche ferme. Elettrico, digitale e servizi stanno riscrivendo i mestieri, e molti ruoli chiave restano scoperti proprio quando servirebbero di più.

La situazione ha qualcosa di paradossale. Secondo i dati ACEA, il settore in Europa dà lavoro a milioni di persone, e nonostante questo fatica a trovare gli specialisti necessari per sostenere la transizione. La meccanica tradizionale lascia il centro della scena a software, elettronica, gestione dei dati e cybersecurity, mentre la domanda di nuove abilità corre più veloce dell’offerta. Non mancano i posti di lavoro, mancano le persone in grado di occuparli.

Dalla meccanica al software, cosa sta cambiando davvero

La gran parte delle imprese italiane della filiera è cresciuta su un modello preciso: progettare e produrre componenti per motori endotermici, cambi, sistemi meccanici. Gli studi ANFIA sull’elettrificazione indicano che proprio queste attività sono tra le più esposte al calo dei volumi, mentre salgono elettronica di potenza, gestione delle batterie e architetture elettriche complesse. Il baricentro delle competenze si sposta verso meccatronica e digitale, e questo non cancella le professionalità storiche ma impone una riconversione profonda.

Tecnici e ingegneri formati sulla componentistica termica oggi lavorano su piattaforme elettriche, strumenti di sviluppo software, validazione di sistemi che comprendono sensori, centraline e connessioni cloud. Un’analisi della Banca d’Italia sulla transizione verde del comparto mette in evidenza come la specializzazione italiana sul motore termico renda il salto più delicato, con il rischio di uno scarto crescente tra le abilità disponibili e quelle richieste. Il quadro europeo, del resto, spinge nella stessa direzione: nel Pocket Guide 2025/2026 ACEA segnala una produzione di autoveicoli in calo e pressioni sulla competitività manifatturiera, con le immatricolazioni sempre più orientate verso elettrico e ibrido.

I profili che nessuno riesce a trovare

La domanda di lavoro non sta scomparendo, si sta spostando. Le posizioni difficili da coprire ruotano attorno a software, batterie, sensori, elettronica di potenza, gestione dei dati e servizi digitali legati al veicolo. Sviluppatori di software embedded, ingegneri elettronici specializzati nei sistemi di gestione delle batterie, esperti di cybersecurity per veicoli connessi, data scientist capaci di muoversi su architetture V2X sono diventati figure centrali. Uno studio accademico recente basato sugli annunci online mostra una crescita marcata delle competenze verdi e digitali richieste, mentre restano vuoti i profili che uniscono conoscenza del prodotto auto e padronanza tecnologica.

Il cambiamento tocca anche il mondo blue collar, dove le mansioni passano dalla manualità ripetitiva all’interazione con robot collaborativi, sistemi di controllo digitale e linee flessibili. L’Accordo di Programma per Melfi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy mette nero su bianco la necessità di politiche di riconversione industriale, perché riconfigurare una fabbrica significa riconfigurare anche le professionalità che ci lavorano dentro.

Concessionarie, academy e la tentazione delle acquisizioni

Nella rete vendita la trasformazione diventa visibile al cliente. Il passaggio dal prodotto alla soluzione di mobilità cambia il modo di comprare un’auto, e con esso il lavoro in concessionaria: al posto del venditore tradizionale serve un consulente in grado di spiegare ricarica, formule di noleggio, pacchetti di servizi digitali, aggiornamenti software e incentivi. Per molti dealer italiani la difficoltà maggiore non è il margine, ma trovare questo tipo di persona.

Il settore compete poi sullo stesso bacino di talenti di tecnologia, energia e telecomunicazioni, ambienti percepiti spesso come più dinamici. Da qui la crescita delle academy aziendali e dei programmi di reskilling, pensati per formare dall’interno ciò che il mercato esterno non offre. Le fusioni e acquisizioni vengono lette come scorciatoia, comprare una startup software o un fornitore di batterie significa portarsi in casa team già pronti, ma molte realtà manifatturiere non sono attrezzate per accogliere chi è abituato a cicli agili e organizzazioni piatte, con il rischio concreto di perdere quelle persone poco dopo. La nota del MIMIT sul Piano Italia con Stellantis insiste su mantenimento e riqualificazione dei siti produttivi nazionali, per accompagnare la trasformazione senza disperdere le professionalità già esistenti.

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