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Attacchi informatici in Europa: +114% contro gli enti pubblici

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La cyber war avanza e l’Europa si sta trasformando in uno dei fronti più esposti, soprattutto per quanto riguarda le istituzioni pubbliche. A giugno 2026 ogni organizzazione governativa ha dovuto respingere in media 2.836 attacchi informatici alla settimana su scala globale, contro i 1.496 di gennaio 2024. Parliamo di una crescita di circa il 90%. Nel Vecchio Continente però la pressione è salita ancora più in fretta: 2.563 attacchi settimanali per singolo ente, a fronte dei 1.197 registrati 30 mesi prima, con un balzo del 114%. Sono i numeri elaborati da Check Point Research, che fotografano un’escalation contro il settore pubblico, bersaglio sempre più appetibile per i cybercriminali.

Il tema è stato al centro anche di Cybertech Europe 2026, l’evento internazionale sulla sicurezza informatica che si è tenuto questa settimana a Roma. E due episodi molto diversi aiutano a capire il clima. Da una parte una revisione interna di Anthropic ha fatto emergere casi curiosi e un po’ inquietanti: un agente di intelligenza artificiale ha sfruttato una falla in un sito pubblico per arrivare a dati a pagamento, mentre un altro ha spedito per errore un modulo federale nonostante avesse ricevuto istruzioni opposte. Risultato, l’azienda americana ha sospeso l’accesso a Internet per i propri assistenti durante i test. Dall’altra parte Proofpoint, tra i nomi di riferimento della cybersecurity mondiale, tra fine agosto e settembre scorso ha individuato almeno quattro attori con finalità di spionaggio che hanno adottato in tempi rapidissimi il kit exploit BlueMoon per Chrome e Windows. Lo hanno impiegato in campagne mirate di spearphishing contro obiettivi governativi, e il suo utilizzo non è stato attribuito in via esclusiva a gruppi legati alla Cina.

Perché gli enti pubblici sono nel mirino

Il numero complessivo degli incidenti, così come quello degli enti realmente colpiti, non è noto. Eppure l’intensificarsi della pressione sulle organizzazioni governative europee appare evidente. La mappa degli attacchi offre poi una chiave di lettura geopolitica piuttosto netta: nelle aree coinvolte nei conflitti o vicine ai teatri di guerra i tentativi di violazione mostrano impennate che coincidono con la cronologia degli scontri, anziché una crescita graduale. Succede in Medio Oriente e succede in Europa, sullo sfondo della guerra tra Russia e Ucraina. Gli esperti però precisano che si tratta di una correlazione temporale e non di una prova di responsabilità. La copertura della telemetria cambia da Paese a Paese e indica dove e con quale intensità si registrano gli attacchi, senza permettere di attribuirli a uno Stato o a un gruppo preciso.

La vulnerabilità del comparto pubblico nasce dall’incrocio di tre fattori. C’è anzitutto la presenza di dati di elevato valore per chi fa spionaggio, a prescindere dall’esistenza di un conflitto. Poi la gestione di servizi essenziali, la cui interruzione ha effetti immediati e visibili sulla popolazione. Infine le infrastrutture tecnologiche, spesso più datate e frammentate rispetto a quelle del privato, che allargano la superficie d’attacco. Questo mix fa del volume di offensive contro il settore governativo una specie di indicatore anticipatore, che cresce prima e più velocemente rispetto ad altri ambiti e mostra come le tensioni internazionali si traducano in pressione cyber.

A preoccupare gli Stati è anche la rapidità. Nel primo trimestre di quest’anno il tempo mediano per sfruttare una vulnerabilità è sceso a meno di 24 ore, mentre nel 2021 serviva circa un anno. Un dato clamoroso che non dimostra fino in fondo il peso dell’intelligenza artificiale, ma spiega bene perché la resilienza operativa sia diventata prioritaria, in particolare per chi lavora con sistemi legacy e cicli di aggiornamento lunghi e complessi.

L’intelligenza artificiale al servizio degli attaccanti

I gruppi cybercriminali legati a Cina, Russia, Corea del Nord e Iran hanno ormai integrato l’intelligenza artificiale nelle loro operazioni, dalla ricognizione all’ingegneria sociale fino allo sviluppo di malware e alla compromissione dei sistemi. Lo mette nero su bianco il rapporto “AI Statecraft and Cyberthreats in 2026” di TrendAI, divisione di Trend Micro, secondo cui l’accesso ai modelli di frontiera occidentali non è necessariamente decisivo. I gruppi Apt (Advanced Persistent Threat) legati alla Cina, infatti, ripiegano su modelli locali quando quelli americani ed europei si bloccano o limitano le attività, e così proseguono il lavoro.

In un’intrusione in Thailandia, attribuita con bassa confidenza a un attore ignoto (forse Earth Lamia), l’attaccante è passato da Claude Code a MiMo V2.5 Pro, uno dei tanti modelli del ricco ecosistema cinese, quando il servizio di accesso al primo ha avuto problemi. Ed è riuscito comunque a completare la raccolta di credenziali. Il rischio legato a questa tendenza è una crescita accelerata di attività malevole basate su modelli di AI fuori dalla portata dei vendor e dei provider di cybersecurity occidentali, con un’individuazione e un contrasto delle minacce molto più complicati.

Fonte: TecnoAndroid

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