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Apple, la via cinese alla memoria si chiude: RAM CXMT a rischio

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La strada cinese per risolvere la carenza di memoria di Apple si sta chiudendo, e piuttosto in fretta. L’idea di comprare chip RAM da due produttori cinesi, CXMT e YMTC, era una delle opzioni sul tavolo a Cupertino per attutire il colpo della crisi che sta stringendo tutto il settore. Sulla carta niente lo vietava. Nella pratica, però, due sviluppi recenti hanno reso quella prospettiva ancora meno realistica di quanto già non fosse.

Il punto di partenza risale a giugno, quando è emerso che Apple stava cercando un via libera dall’amministrazione Trump per acquistare chip di memoria dalla Cina. Non esisteva un divieto formale, ma la blacklist del Pentagono pesava eccome: usare componenti di quelle due aziende avrebbe potuto tradursi in un iPhone messo al bando tra i dipendenti federali, in parte o del tutto. Senza contare il prezzo politico e di immagine che l’azienda avrebbe rischiato di pagare, che in certi contesti conta quanto quello industriale.

Apple: il fronte politico si irrigidisce

La novità più concreta arriva da Washington. Acquistare da CXMT o YMTC oggi non è illegale, ma potrebbe non restare così a lungo. I deputati John Moolenaar, repubblicano del Michigan e presidente della commissione speciale della Camera sulla Cina, e George Whitesides, democratico della California, hanno inviato una lettera al segretario al Commercio Lutnick chiedendo di inserire CXMT nella entity list e di vietare alle aziende americane di rifornirsi da chi finisce su quell’elenco.

Tradotto in parole semplici: se la richiesta venisse accolta, quella che finora era una zona grigia diventerebbe un muro. E non un muro aggirabile con qualche accorgimento contrattuale, ma un divieto secco per chiunque operi negli Stati Uniti. Per un’azienda che vende centinaia di milioni di dispositivi l’anno e che ha già un rapporto complicato con il tema delle forniture cinesi, il calcolo rischio beneficio diventa impietoso.

Anche i numeri non aiutano

Ammesso e non concesso che il divieto non arrivi mai, resta un problema molto più prosaico. CXMT non sarebbe comunque nelle condizioni di soddisfare gli ordini di Apple. La società cinese ha già saturato la propria capacità produttiva per quest’anno, il che lascia pochissimo spazio per nuovi clienti internazionali. Nessuna panacea, insomma. Una fabbrica piena è una fabbrica piena, e non si espande in pochi mesi solo perché a bussare è uno dei marchi più grandi del pianeta.

È qui che le due notizie si sommano invece di annullarsi. Da un lato la pressione normativa che potrebbe rendere l’operazione impraticabile per legge, dall’altro un limite fisico che rende l’operazione poco utile anche nello scenario migliore. Una combinazione che, per chi doveva valutare questa opzione, non lascia molti appigli.

Cosa resta sul tavolo per Apple

La cosiddetta memory crunch continua quindi a essere un problema aperto, senza la scorciatoia cinese che a giugno sembrava almeno immaginabile. Già allora l’ipotesi che il via libera arrivasse davvero appariva remota, e i segnali arrivati adesso vanno tutti nella stessa direzione, aggiungendo peso a una previsione che era partita cauta e si è irrigidita strada facendo.

Il quadro attuale è quello di una fornitura di chip di memoria globale sotto stress, con un’azienda che deve trovare volumi altrove e un canale potenziale che si sta chiudendo su due fronti diversi allo stesso tempo. Da possibile mitigazione, l’opzione cinese è scivolata nella categoria delle ipotesi che si citano più per completezza che per reale probabilità.

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