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Dieci anni fa, nel maggio del 2016, Tim Cook arrivò a Pechino con una proposta che difficilmente poteva essere ignorata. Apple si impegnava a portare in Cina un investimento pari a circa 235 miliardi di euro nell’arco dei cinque anni successivi. All’epoca Cook guidava la società di Cupertino e aveva un obiettivo preciso: dimostrare che il colosso americano non vedeva il Paese soltanto come una gigantesca fabbrica dove produrre a basso costo.
La scelta del momento non era affatto casuale. Le vendite di Apple sul mercato cinese erano scese di circa il 26% e il governo aveva appena chiuso iTunes Movies e iBooks. Così Cook, insieme ad altri dirigenti dell’azienda, volò a Pechino con l’intento di ricucire i rapporti con le autorità. Da lì prese il via uno degli episodi più curiosi nella lunga storia tra la Mela e la Cina.
Apple e Cina: una cifra enorme che non era davvero un assegno
Il successo commerciale di Apple in Cina stava diventando un problema. Lo stop imposto a iTunes Movies e iBooks spinse la società a cercare una via diplomatica per riallacciare i legami con i vertici del Paese, e il viaggio nella capitale nacque proprio da questa esigenza.
Una volta sul posto Tim Cook non si limitò a elencare quanto vendeva il marchio in territorio cinese. Preferì mettere sul tavolo il contributo concreto che l’azienda stava dando allo sviluppo tecnologico nazionale. I fornitori locali non ricevevano soltanto ordini. Apple li formava, pagava i macchinari e studiava con loro strategie per migliorare ogni fase della produzione.
C’erano perfino squadre dedicate alla ricerca di nuove tecnologie e nuovi processi fuori dalla Cina. Questi team arrivarono a esplorare settori lontanissimi dall’elettronica come l’orologeria e la gioielleria di Svizzera, Germania e Austria. L’idea era trovare macchinari da adattare poi alla fabbricazione di iPhone, iPad e Mac negli stabilimenti cinesi.
E Apple aveva un vantaggio che nessun programma governativo avrebbe potuto replicare facilmente. Oltre a formare i partner industriali acquistava da loro quantità enormi di prodotti. In pratica garantiva un portafoglio ordini con cui crescere, imparare a gestire volumi altissimi e mettere a punto processi poi riutilizzabili con altri clienti.
Da cliente scomodo ad alleato di Pechino
La manovra si chiuse con la firma di un memorandum. Pochi giorni prima dell’incontro la società aveva annunciato un investimento di circa 850 milioni di euro in Didi Chuxing, il grande rivale cinese di Uber. Un’operazione che si incastrava alla perfezione con la strategia di rafforzare i rapporti con il Paese e avvicinarsi al governo.
Ed era proprio questa la chiave per capire quei 235 miliardi di euro. Apple non aveva progettato la propria catena di fornitura con lo scopo di spingere l’industria cinese, ma alla fine il risultato era stato quello. E per l’azienda non si trattava nemmeno di uno scenario negativo.
Da anni la società trasferiva conoscenze, macchinari e metodi di lavoro ai suoi produttori. Nel 2016 Cook non fece altro che dare un numero a tutto questo e presentarlo alle autorità come un contributo economico capace, viste le dimensioni, di regalare al gruppo un’ottima immagine. Si trattava insomma di annunciare ciò che era già in programma. Qualcosa di simile è accaduto circa un anno e mezzo fa con l’impegno da circa 430 miliardi di euro negli Stati Uniti.
Quella somma comunque non era destinata a un unico progetto ma rappresentava una proiezione di spesa su cinque anni. Sullo sfondo c’era la lezione che Apple e il suo amministratore delegato avevano imparato, ovvero che per continuare a operare in Cina non bastava vendere tanto. Bisognava contribuire allo sviluppo del Paese, e quei 275 miliardi di dollari promessi aiutavano parecchio in questa direzione.
Fonte: TecnoAndroid








