Si è chiusa in via definitiva una delle battaglie legali più pesanti mai viste sul terreno del diritto d’autore applicato all’intelligenza artificiale. Il tribunale ha dato il via libera al patteggiamento tra Anthropic e la coalizione di autori che l’aveva trascinata in aula, mettendo la parola fine a una vicenda destinata a lasciare il segno. L’accusa era chiara: la società dei fratelli Amodei avrebbe usato materiale coperto da copyright senza alcuna autorizzazione per addestrare i propri modelli. Il conto finale parla da solo, ovvero 1,5 miliardi di dollari, che al cambio attuale corrispondono a circa 1,38 miliardi di euro.
La cifra fa girare la testa, ma il vero nodo sta altrove. Anche se tutto si è risolto con un accordo e non con una sentenza combattuta fino in fondo, le conseguenze rischiano di riverberarsi su tutto il comparto. E per gli autori le notizie non sono affatto rosee. Il tribunale ha infatti chiarito un punto che pesa parecchio: usare libri per allenare sistemi di intelligenza artificiale rientra nel principio del fair use previsto dalla normativa americana sul copyright. Tradotto, l’addestramento in sé non è stato considerato illegale.
Cosa ha davvero fatto scattare la responsabilità di Anthropic
A far cadere Anthropic non è stato quindi il fatto di aver dato in pasto ai suoi modelli montagne di testi. Il problema è arrivato da un’altra parte, ovvero dalla conservazione di circa 7 milioni di libri piratati dentro una libreria digitale centralizzata. Una distinzione tutt’altro che sottile, perché sposta l’attenzione dal come si addestra un modello al dove e in che modo si tengono i materiali. Ed è proprio su quel dettaglio che si è giocata la partita.
Questo accordo segna diversi primati insieme. È il più grande risarcimento mai registrato in una controversia legata al copyright ed è anche il primo caso di questo genere a chiudersi tra le numerose cause che in questo periodo stanno tempestando le aziende del settore AI. Sulla carta sembra una vittoria clamorosa per chi crea contenuti, ma basta guardare i numeri per capire che la faccenda è più complicata.
Nonostante l’importo faccia impressione, quello che finirà nelle tasche dei singoli titolari dei diritti è ben poca cosa. Il motivo è semplice: le opere e gli autori coinvolti sono tantissimi, e da quella somma va sottratto anche il compenso dello studio legale, che di certo non si accontenta delle briciole. Alla fine dei conti, per ogni opera si parla di poco più di EUR 175, ovvero attorno ai 185 euro. Una cifra che, spalmata su una singola pubblicazione, dice molto sul divario tra la portata simbolica del caso e il ritorno concreto per chi ha messo la propria firma su quei libri.
Resta il fatto che questo precedente rappresenta un punto di riferimento per tutte le altre cause legali ancora aperte contro i colossi dell’AI. La linea tracciata dal tribunale, che separa nettamente l’uso dei testi per il training dalla loro conservazione illecita, diventa ora un paletto con cui dovranno fare i conti sia gli sviluppatori sia chi difende i diritti degli autori.


