Configurare un nuovo smartphone Android porta con sé una serie di scelte che spesso passano inosservate, eppure incidono parecchio sulla privacy. Il punto è che molte impostazioni delicate arrivano già attive di default, perché Google ha adottato il principio dell’opt-out. Tradotto, significa che l’utente viene incluso automaticamente nella raccolta di certi dati e tocca a lui rimboccarsi le maniche per limitarla. Tre opzioni in particolare meritano un controllo immediato, e bastano pochi minuti per metterle a posto.
Localizzazione precisa, non tutte le app ne hanno bisogno
Tra le funzioni più invadenti c’è senza dubbio la localizzazione precisa. Combinando GPS, Wi-Fi e reti mobili, lo smartphone riesce a individuare la posizione dell’utente con un margine di errore di pochi metri. Molti pensano che le app ricevano soltanto una posizione approssimativa, ma nella maggior parte dei casi Android concede l’accesso a quella esatta quando il permesso viene accettato durante l’installazione o al primo avvio.
Il risultato è che servizi che non avrebbero alcun bisogno di sapere dove ci si trova nel dettaglio finiscono comunque per accedere a informazioni molto precise sugli spostamenti. Le app di navigazione, i servizi di mappe o alcune funzioni di emergenza ne hanno davvero bisogno, certo. Per tutto il resto, una posizione approssimativa basta e avanza.
Per controllare la situazione il percorso è questo: Impostazioni, poi Posizione, quindi Autorizzazioni app per la posizione. Da lì si vede quali applicazioni usano la posizione precisa e si può disattivarla caso per caso, senza dover rinunciare a tutto in blocco.
Notifiche sulla schermata di blocco e dati sensibili a vista
C’è poi un’altra impostazione che quasi nessuno tocca, eppure conta parecchio. Di default Android mostra il contenuto completo delle notifiche anche quando il telefono è bloccato. Messaggi, email, codici di autenticazione, avvisi della banca e informazioni personali possono quindi essere letti da chiunque abbia lo schermo sotto gli occhi, senza nemmeno bisogno di sbloccare il dispositivo.
Il pericolo cresce nei luoghi pubblici, tra uffici, mezzi affollati e sale d’attesa, dove uno sguardo veloce allo schermo può bastare per cogliere dati riservati. La soluzione c’è e non costringe a perdere le notifiche: si può tenerle visibili nascondendone però il testo.
Il percorso da seguire è Impostazioni, Notifiche, Schermata di blocco. Qui si sceglie di mostrare solo l’avviso senza il contenuto, oppure di disattivare del tutto le notifiche sulla schermata di blocco per alcune app specifiche.
Gboard e i dati di digitazione
Tra le app più usate sugli smartphone c’è Gboard, la tastiera firmata Google, che ha comunque alternative pensate proprio per chi tiene alla riservatezza. Per affinare suggerimenti, correzioni e predizione delle parole, la tastiera raccoglie e conserva diverse informazioni su come si digita. Google parla di apprendimento federato, un sistema che elabora parte dei dati direttamente sul dispositivo, senza trasferire il contenuto integrale dei testi.
Diversi esperti di sicurezza fanno però notare che anche i semplici metadati possono dire molto sulle abitudini di una persona. Il numero di parole digitate, le app usate, la frequenza con cui si batte sulla tastiera. Sono opzioni che durante la configurazione iniziale risultano quasi sempre attive.
Per limitare la raccolta basta entrare nelle impostazioni della tastiera, disattivare le voci legate al miglioramento del servizio e cancellare i dati appresi fino a quel momento.
Le funzioni intelligenti dei dispositivi moderni si reggono sempre di più sull’elaborazione dei dati personali. Una parte serve a rendere l’esperienza più fluida, ma resta in mano all’utente la scelta di cosa condividere e fino a che punto. Controllare ogni tanto le autorizzazioni delle app, frenare l’accesso alla posizione precisa e gestire con attenzione ciò che appare sullo schermo di blocco restano i passaggi più semplici per tutelare la privacy mobile senza dover sacrificare le funzioni principali dello smartphone.