AI-h è il nome di un progetto che prova a riempire uno spazio che spesso resta scoperto, ovvero i primi minuti di un’emergenza, quelli in cui una vita può ancora essere salvata. Un’idea che non parte da un’intuizione brillante davanti a un foglio bianco, ma da un’assenza concreta. La sua inventrice, Paola Cerri, ha trasformato una perdita personale in una scommessa tecnologica che oggi è già un brevetto italiano concesso.
Il punto di partenza è doloroso. La migliore amica di Cerri ebbe un incidente mentre praticava uno sport acquatico e non venne trovata in tempo. Da lì è nata una domanda che, parole sue, non l’ha più lasciata. Perché proprio nei minuti in cui una vita può ancora essere salvata si continua a sapere troppo poco e troppo tardi. È in quel vuoto che si concentra tutto il lavoro dietro AI-h.
Dal dolore a un’idea che ha preso forma
Cerri non viene dalla sanità e nemmeno dall’ingegneria. Il suo mondo era quello della comunicazione e del marketing. Eppure, anche grazie a un’esperienza nell’assessorato alla sanità della Regione Liguria, ha osservato da vicino come funziona il sistema di emergenza-urgenza. E ha capito subito una cosa. Il problema non è il sistema, fatto di competenze e responsabilità umane che nessuna macchina può rimpiazzare. Il problema è ciò che accade prima della chiamata. Quel momento lei lo chiama il miglio prima dell’emergenza. È lo spazio in cui una persona non riesce a parlare, a dire dove si trova, a spiegare cosa sta succedendo. Una zona ancora non strutturata, dove spesso si decide tutto.
Cosa fa davvero AI-h
Il titolo tecnico del brevetto è Method for Detecting an Accident. Ridurlo a una semplice app, però, secondo Cerri sarebbe un errore di prospettiva. Si tratta piuttosto di un processo pensato per rendere più solida la fase iniziale di un evento critico. L’obiettivo è raccogliere e organizzare nei primissimi minuti una serie di informazioni, dalla posizione al contesto, dai parametri vitali a una eventuale richiesta vocale d’aiuto, fino all’assenza di risposta da parte dell’utente o ai dati sanitari già disponibili.
Il sistema può attivarsi anche solo con la voce e integrare dati che arrivano da dispositivi wearable come smartwatch o smart ring, comprese informazioni cliniche rilevanti, come allergie o patologie croniche. Se intorno ci sono altre persone, può anche guidarle in procedure di primo soccorso attraverso un’interfaccia conversazionale supervisionata. In questo disegno l’intelligenza artificiale precede e supporta l’essere umano, leggendo più in fretta segnali diversi, mettendoli in relazione e filtrando il rumore. Trasforma dati frammentati in un quadro leggibile per chi deve intervenire.
Più di eCall e oltre l’automotive
Il paragone più immediato è con eCall, il sistema europeo già integrato nei veicoli che segnala automaticamente un incidente stradale e trasmette i dati essenziali alla centrale. Ma la differenza, per Cerri, è sostanziale. eCall lavora sull’incidente del veicolo, AI-h prova invece a qualificare l’emergenza della persona. Non una sostituzione, dunque, ma un’estensione che allarga lo sguardo oltre l’automotive, verso infarti, ictus, malori domestici, incidenti in acqua, in montagna, in aree isolate.
Uno degli aspetti più delicati è la localizzazione. AI-h non punta a una posizione statica, ma alla continuità del segnale anche in condizioni difficili, integrando dove possibile le reti satellitari. Un punto cruciale dove la rete tradizionale manca o è instabile, come in mare aperto, sulle montagne o in zone colpite da calamità. Non basta sapere dove sei, serve non perdere mai il filo di dove sei.