Che dormire male faccia sentire a pezzi il giorno dopo non è certo una novità. Pensare diventa faticoso, i riflessi calano, la stanchezza si fa sentire in ogni gesto. Eppure quello che succede davvero all’interno del corpo quando le ore di sonno vengono sistematicamente alterate va ben oltre la semplice sensazione di spossatezza. Contribuisce, e parecchio, all’invecchiamento biologico. A dirlo non è il solito consiglio generico, ma uno studio di proporzioni enormi che ha provato a mettere cifre concrete su questo fenomeno.
La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature, ha analizzato circa 500.000 adulti per capire in che modo la durata del sonno influisce sulla cosiddetta “età biologica”. E il risultato, dopo aver misurato lo stato di quasi tutti i sistemi del corpo, disegna una curva a forma di U piuttosto netta: il punto ottimale si colloca tra le 6 e le 8 ore di sonno al giorno. Chi riesce a dormire stabilmente in quella fascia mostra un’età biologica inferiore rispetto a quella anagrafica e una salute complessivamente migliore.
Non il solito studio: 23 “orologi dell’invecchiamento” per 17 organi
Quello che rende questa ricerca davvero diversa dalle altre non è solo la dimensione del campione, che le conferisce una potenza statistica fuori dal comune. È soprattutto l’approccio. Di solito gli studi sull’invecchiamento si basano su marcatori del sangue piuttosto generici. Qui invece sono stati incrociati dati di genomica, proteomica, metabolomica e immagini mediche. Con tutte queste informazioni i ricercatori hanno costruito 23 diversi “orologi dell’invecchiamento”, ciascuno rappresentativo dello stato di uno dei 17 organi presi in esame. Un sistema che ha permesso di mappare in modo coordinato la relazione tra il cervello, particolarmente colpito dalla mancanza di sonno, e il resto dell’organismo.
Il dato più interessante sta proprio nella forma di quella curva. Non è una linea retta: non basta dire “più dormo, meglio sto”. Agli estremi della curva, sia dormire meno di sei ore sia superare le otto ore risulta associato a un invecchiamento accelerato nella maggior parte degli organi analizzati. E i motivi sono diversi nei due casi.
Perché dormire troppo poco (o troppo) fa invecchiare prima
Chi dorme poco priva il proprio cervello di un processo fondamentale: durante il sonno profondo, i canali cerebrali si espandono per eliminare i rifiuti metabolici accumulati. Interrompere questo meccanismo può accelerare l’invecchiamento cerebrale. Non solo: la carenza di sonno fa salire i livelli di molecole proinfiammatorie, e un’infiammazione cronica mantenuta nel tempo può causare danni irreversibili agli organi.
Ma anche dormire troppo non è la soluzione. Stare dieci ore a letto non significa affatto dormire bene per dieci ore. Chi dorme “tanto” tende ad avere un sonno frammentato, superficiale, pieno di micro risvegli. Si passa più tempo nelle fasi leggere e meno in quel sonno reparatore che davvero conta. Inoltre, dormire molto può essere il sintomo di una patologia sottostante come la depressione, l’apnea notturna o un’infiammazione cronica che, pur non essendo di per sé la causa diretta dell’invecchiamento, genera comunque danni significativi all’organismo.
C’è però un aspetto che gli stessi autori dello studio tengono a precisare. Per quanto i dati siano robusti, esiste una limitazione che resta il punto debole classico dell’epidemiologia: l’associazione non dimostra causalità. Non è chiaro se si invecchia più in fretta perché si dorme poco, oppure se si dorme poco perché il corpo sta già invecchiando a causa di qualche problema nascosto. Costringere qualcuno a dormire sette ore non garantisce che il suo orologio biologico torni indietro. E quel range di 6/8 ore è un dato di popolazione: funziona come media per la specie umana, ma non rappresenta necessariamente la quantità ideale per ogni singolo individuo.
