La crisi della memoria sta per colpire con molta più forza, e Apple non fa niente per nasconderlo. Anzi, è stata proprio la casa di Cupertino a lanciare l’allarme più chiaro fino a questo momento, dopo settimane in cui sembrava essere una delle poche aziende capaci di reggere l’urto. Con il lancio di iPhone 17e e del MacBook neo, i prezzi in Europa erano rimasti tutto sommato stabili, e il MacBook neo era arrivato sul mercato a un prezzo davvero aggressivo. Peccato che quella fase di apparente immunità sia già finita.
Il primo segnale concreto è arrivato con Mac Mini. Fino a poco fa era una delle migliori opzioni per chi cercava un computer potente, compatto e con un prezzo accessibile. Non solo tra i prodotti Apple, proprio in generale. La versione base partiva da 256 GB di archiviazione a 719 euro, e chi voleva più spazio poteva sempre collegare un SSD esterno via Thunderbolt. Ora però quella configurazione non esiste più. Apple ha eliminato il Mac Mini “economico” e oggi il modello d’ingresso parte da 512 GB a 969 euro. Un aumento di prezzo obbligato che lascia intendere come la versione da 256 GB fosse quella più venduta, e che le scorte si siano semplicemente esaurite.
Tim Cook parla chiaro: i costi della memoria saliranno ancora
Questo ritocco è arrivato poche ore dopo una chiamata con gli investitori in cui Tim Cook ha presentato i risultati trimestrali. I numeri sono stati ottimi: il miglior inizio d’anno nella storia dell’azienda, con una crescita del 17% su base annua. Le vendite di iPhone in Cina, i servizi digitali e prodotti come Mac Mini e MacBook neo hanno contribuito a quel risultato. Ma Cook ha anche aggiunto un messaggio molto meno rassicurante: la crisi mondiale dei chip sta per colpire il settore con una violenza ben maggiore.
Durante la presentazione, ha parlato di “costi della memoria significativamente più alti” nei prossimi trimestri. Ha spiegato che Apple, fino a questo momento, era riuscita a proteggersi parzialmente vendendo inventario accumulato in anticipo. Solo che quelle scorte si stanno esaurendo, e le opzioni rimaste sono poche: eliminare le configurazioni più vendute (come già successo con Mac Mini e prima ancora con Mac Studio) oppure alzare i prezzi.
Cook ha detto che Apple sta valutando diverse strategie per gestire l’impatto, senza entrare troppo nei dettagli. Ma le possibilità reali sono limitate: aumenti di prezzo sulle configurazioni base, meno RAM e meno spazio di archiviazione, oppure l’eliminazione di alcune varianti. Ciò che è certo è che Apple si aspetta “un impatto crescente sul proprio business”. E in mezzo a tutto questo, il prossimo primo settembre John Ternus diventerà il nuovo CEO di Apple, raccogliendo un’eredità complicata: un’azienda in salute, ma inserita in un contesto industriale decisamente turbolento.
La crisi della memoria non riguarda solo Apple
Quello che sta succedendo ad Apple non è un caso isolato. Con SK Hynix, Samsung e Micron che hanno spostato buona parte della produzione di chip NAND verso i centri dati, il mercato consumer è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso. Le conseguenze sono quelle che si stanno vedendo adesso.
Samsung, nella sua recente presentazione dei risultati, ha avvertito che ci sarà una “scarsità significativa” nei prodotti che richiedono questo tipo di chip, e prevede che la situazione resti critica almeno fino al 2027. Una stima che SK Hynix considera persino ottimistica, visto che secondo le sue previsioni le cose torneranno alla normalità solo nel 2030. Nvidia è ancora più pessimista.
Un esempio concreto: un SSD Samsung T7 da 2 TB che a fine gennaio si trovava a circa 150 euro, oggi costa intorno ai 215 euro. E stando a quanto dice la stessa Samsung, le cose andranno solo a peggiorare. Chi ha bisogno di un nuovo dispositivo, che sia un computer, uno smartphone o anche solo un disco esterno per un NAS, farebbe bene a non aspettare troppo. I prezzi continueranno a salire, e alcune configurazioni potrebbero semplicemente sparire dal mercato.
