Sembrava una malattia quasi relegata ai libri di storia, eppure la tubercolosi sta rialzando la testa in modo preoccupante. Dopo decenni di progressi costanti nella lotta contro quella che resta la malattia infettiva più letale al mondo, i dati più recenti raccontano una storia diversa. I casi di tubercolosi sono in risalita negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in molte altre aree del pianeta, e il trend non sembra volersi fermare. Un segnale che nessuno si aspettava davvero, e che rimette al centro del dibattito sulla salute globale una patologia che troppo in fretta era stata data quasi per sconfitta.
Per capire quanto sia significativo questo cambio di rotta, basta guardare i numeri. Per anni il numero di nuovi casi diagnosticati era in costante diminuzione, grazie a campagne di prevenzione, miglioramenti nelle condizioni igieniche e accesso più ampio ai trattamenti antibiotici. Eppure, negli ultimi periodi di monitoraggio, la curva ha smesso di scendere e ha iniziato a invertirsi. Negli Stati Uniti, ad esempio, i casi di tubercolosi hanno registrato un aumento che ha colto di sorpresa buona parte della comunità medica. E non si tratta di un fenomeno isolato: anche il Regno Unito e diverse nazioni europee stanno osservando dinamiche simili.
Perché la tubercolosi sta tornando a crescere
Le ragioni dietro questa risalita sono molteplici e intrecciate tra loro. Da un lato, la pandemia da Covid ha avuto un impatto devastante sui programmi di prevenzione e diagnosi della tubercolosi. Risorse sanitarie dirottate, screening saltati, ritardi nelle cure: tutto questo ha creato un terreno fertile perché la malattia riprendesse vigore. Dall’altro lato, il fenomeno della resistenza agli antibiotici continua ad aggravarsi. Esistono ceppi di tubercolosi che non rispondono più ai farmaci tradizionali, e trattarli richiede terapie più lunghe, più costose e con tassi di successo inferiori.
C’è poi una questione che riguarda le disuguaglianze sanitarie. La tubercolosi colpisce in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili della popolazione: persone senza fissa dimora, detenuti, migranti con accesso limitato ai servizi sanitari, individui immunocompromessi. Dove i sistemi sanitari faticano a raggiungere queste comunità, il batterio trova spazio per diffondersi indisturbato. E quando i contagi avvengono in contesti ad alta densità abitativa, il rischio di trasmissione aumenta in modo esponenziale.
Un problema che riguarda anche i paesi più ricchi
Quello che rende particolarmente allarmante la situazione è il fatto che la tubercolosi non sta crescendo solo nei paesi a basso reddito, dove storicamente ha sempre avuto una presenza massiccia. Anche le nazioni più sviluppate, quelle con i sistemi sanitari considerati tra i migliori al mondo, stanno registrando aumenti. Questo smonta la narrativa secondo cui la tubercolosi sarebbe un problema “degli altri”. La realtà è che questa malattia non conosce confini, e qualsiasi calo di attenzione si paga caro.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte lanciato l’allarme, sottolineando come servano investimenti urgenti nella ricerca di nuovi vaccini e trattamenti. Il vaccino BCG, l’unico attualmente disponibile, ha un’efficacia variabile e non garantisce una protezione completa negli adulti. Diversi candidati vaccinali sono in fase di sperimentazione, ma i tempi della ricerca restano lunghi. Nel frattempo, secondo le stime più aggiornate, la tubercolosi continua a uccidere oltre un milione di persone ogni anno a livello mondiale.
