Il film Project Hail Mary con Ryan Gosling è arrivato nelle sale e ha riportato al centro della scena un tema che la fantascienza esplora da decenni: la possibilità di costruire legami autentici tra esseri umani e creature provenienti da altri mondi. Non parliamo di invasioni, battaglie intergalattiche o mostri pronti a divorare tutto. Parliamo di qualcosa di molto più raro e prezioso nel genere: amicizia tra specie diverse, fiducia reciproca, affetto che nasce proprio là dove ci si aspetterebbe solo diffidenza.
La pellicola, tratta dal romanzo di Andy Weir (lo stesso autore di The Martian), segue il professor Ryland Grace, che viene spedito nello spazio con una missione disperata: trovare il modo di salvare la Terra da una minaccia che sta spegnendo il Sole. Fin qui, nulla di troppo diverso dal classico schema del viaggio spaziale solitario. La svolta arriva quando Grace incontra un extraterrestre che si trova nella sua stessa identica situazione, mandato dal proprio pianeta per lo stesso motivo. Entrambi hanno perso il loro equipaggio, entrambi sono soli. E da quella solitudine condivisa nasce qualcosa di inaspettato: una comunicazione faticosa ma reale, un rapporto che cresce scena dopo scena fino a diventare il cuore pulsante di tutto il film.
Project Hail Mary: quando lo spazio diventa il luogo della fratellanza
Quello che rende Project Hail Mary così particolare è il tono. Nessuna paranoia verso il diverso, nessun complotto alieno. Solo due esseri completamente differenti per biologia, linguaggio e struttura fisica che decidono di fidarsi l’uno dell’altro. Non importa di che materiale sia fatto il corpo, cosa si respira o quanti arti si possiedono. La fantascienza qui diventa uno specchio gentile puntato sulla realtà, un modo per dire che la diversità non è un ostacolo quando esiste la volontà di capirsi.
Ryan Gosling porta sullo schermo un personaggio che ricorda un po’ quel verso di Sting: “Sono uno straniero, sono un inglese a New York”. La sensazione di essere fuori posto, lontanissimi da casa, circondati da qualcosa di incomprensibile. Ma a differenza di chi resta chiuso nella propria solitudine, Grace fa il passo opposto. Si apre. E questo ribaltamento è ciò che funziona così bene nella storia.
Un sottogenere che ha radici profonde
Va detto che Project Hail Mary non inventa nulla dal niente. Il cinema e la televisione hanno già esplorato questa idea in passato, anche se non sempre con lo stesso equilibrio tra emozione e credibilità scientifica. Esistono film e serie che prima di questo hanno raccontato rapporti tra umani e alieni fondati sull’affetto, sulla tolleranza e sul rispetto. Un filone che potremmo chiamare fantascienza non distopica, dove lo spazio siderale non è il teatro dell’orrore ma il luogo dove può germogliare una fratellanza impensabile sulla Terra.
Il fatto che un blockbuster, con un attore del calibro di Ryan Gosling, rilanci questo tipo di narrazione è significativo. Significa che il pubblico ha voglia di storie dove l’incontro con l’ignoto non finisce per forza nel sangue. Project Hail Mary si inserisce in questa tradizione e ne diventa, a tutti gli effetti, uno degli esempi più riusciti e commoventi degli ultimi anni.
