La Fossa del Re, conosciuta anche come il “Grand Canyon dell’Atlantico”, è una delle strutture geologiche più impressionanti e meno comprese del fondale oceanico. Un canyon sottomarino lungo circa 500 chilometri, nascosto a oltre 1.000 chilometri dalla costa del Portogallo, che per decenni ha rappresentato un rompicapo per la comunità scientifica. Ora, grazie a uno studio pubblicato sulla rivista Geochemistry, Geophysics, Geosystems, un team del GEOMAR Helmholtz Centre for Ocean Research in Germania potrebbe aver finalmente chiarito come si è formata questa gigantesca rete di fosse e bacini.
Come è stato mappato il canyon sottomarino
Per arrivare a delle risposte concrete, il gruppo di ricerca ha utilizzato un sonar ad alta risoluzione per mappare nel dettaglio il complesso della Fossa del Re (noto con la sigla KTC). Parallelamente, sono stati prelevati ed analizzati diversi campioni di roccia vulcanica da vari punti all’interno della struttura. Un lavoro certosino, che ha richiesto strumentazione sofisticata e una buona dose di pazienza.
La prima scoperta rilevante riguarda la datazione. Gli esperti sono riusciti a collocare la formazione del canyon sottomarino in un arco temporale compreso tra 37 e 24 milioni di anni fa, una stima decisamente più precisa rispetto a quelle precedenti. E non è un dettaglio da poco, perché inquadrare il momento storico aiuta a capire quali forze geologiche fossero in gioco.
Il ruolo del pennacchio di mantello nella formazione della Fossa del Re
La parte più affascinante dello studio riguarda il meccanismo che ha dato origine alla Fossa del Re. Secondo il team, tutto è partito dall’azione combinata di un pennacchio di mantello già esistente, cioè una colonna ascendente di roccia caldissima proveniente dalle profondità terrestri, e dell’immensa pressione esercitata su un margine di placca temporaneo.
La geologa marina Antje Dürkefälden di GEOMAR ha spiegato che i ricercatori sospettavano da tempo un ruolo centrale dei processi tettonici nella genesi di questa struttura. I nuovi risultati confermano l’intuizione e chiariscono, per la prima volta, perché il canyon sottomarino si sia sviluppato proprio in quella specifica posizione dell’oceano Atlantico.
Il collega Jörg Geldmacher ha aggiunto un passaggio chiave: la crosta terrestre in quell’area, ispessita e riscaldata dal pennacchio, sarebbe diventata meccanicamente più debole. Questo avrebbe favorito lo spostamento del margine di placca principalmente in quella zona. Quando successivamente il margine si è mosso più a sud, verso le attuali Azzorre, anche la formazione della Fossa del Re si è arrestata.
Perché questa scoperta conta davvero
C’è un elemento che rende lo studio ancora più interessante. Il team ritiene che il pennacchio identificato fosse in realtà un ramo iniziale del pennacchio del mantello delle Azzorre, attualmente ancora attivo e situato circa 700 chilometri più a sud. Una connessione geologica che apre scenari nuovi per la comprensione delle dinamiche del fondale oceanico.
Come hanno sottolineato gli stessi ricercatori, le grandi depressioni sottomarine simili a canyon restano ancora poco conosciute. Ogni passo avanti nella comprensione della Fossa del Re non riguarda solo quel singolo sito, ma potenzialmente aiuta a decifrare strutture analoghe sparse per gli oceani del pianeta. E considerando che sappiamo ancora pochissimo di cosa si nasconde sotto la superficie dell’acqua, studi come questo rappresentano tasselli fondamentali. Il canyon sottomarino più grande dell’Atlantico, insomma, ha finalmente una storia da raccontare. E la scienza, questa volta, era pronta ad ascoltarla.
