Ai margini di Cambridge è riaffiorato un sepolcro collettivo, una vera fossa vichinga, che racconta violenza, terrore e pratiche chirurgiche antiche. Nel Wandlebury Country Park gli archeologi dell’Università di Cambridge hanno dissotterrato i resti di almeno dieci individui, un insieme confuso di ossa in cui spiccano teschi ammucchiati, arti recisi e tracce inequivocabili di coercizione. La datazione colloca questo gruppo fra il 772 e l’891 dopo Cristo, un arco temporale in cui i conflitti fra Vichinghi e Sassoni segnavano molte coste e campagne dell’Inghilterra. Il risultato è un quadro inquietante che potrebbe essere la fotografia di un’esecuzione collettiva o di un massacro cruento rimasto nelle pieghe della storia.
Una fossa vichinga a Cambridge: segni di violenza e ipotesi sul campo
La fossa presenta un caos anatomico: non solo scheletri integri ma un mosaico di frammenti ossei, con teschi e gambe separati in modo che suggerisce sia smembramento che pratiche rituali o di disprezzo post mortem. Alcuni individui mostrano ancora evidenti segni di corde legate ai polsi, una prova drammatica che indica essere stati tenuti prigionieri prima di morire. Ferite da taglio profonde sulla mascella e sul collo rimandano a decapitazioni, mentre la disposizione di alcune parti corporee fa pensare che possibili trofei di guerra siano stati esposti e poi gettati nella fossa quando ormai erano in decomposizione. In questo contesto gli studiosi parlano apertamente di un’ipotesi di esecuzione di massa, ma non si esclude la pista dello scontro sul campo di battaglia seguito da umiliazione dei caduti. I materiali recuperati vengono catalogati nei laboratori dell’università dove, oltre alla datazione al radiocarbonio, si procederà con analisi sui resti per cercare di ricostruire età, origine e cause di morte.
È venuto fuori persino un gigante? La verità
Il ritrovamento più stupefacente è il corpo di un giovane uomo alto circa centonovantacinque centimetri, un vero gigante per gli standard dell’epoca in cui l’altezza media si aggirava attorno al metro e sessanta. Sul suo cranio è visibile un foro circolare con segni di rimarginazione, chiaro segno di trapanazione, una pratica chirurgica difficile e rischiosa che in alcuni casi veniva eseguita per alleviare pressioni interne o trattare malattie. Gli specialisti ipotizzano che il giovane potesse soffrire di una patologia della ghiandola pituitaria che ne causava una crescita anomala e forti cefalee. Oltre al singolo caso del gigante, le analisi previste includono lo studio del DNA e degli isotopi nei denti e nelle ossa per ricostruire provenienza geografica, dieta e spostamenti nelle fasi della vita. Se il profilo genetico dovesse orientarsi verso ceppi nordici, l’idea di un gruppo di invasori vichinghi prenderebbe forza. Se invece i marcatori risultassero tipici delle popolazioni locali, la chiave di lettura si sposterebbe su una vicenda interna ai Sassoni, magari legata a repressioni oppure a vertenze territoriali sanguinarie.


