Meta ha messo nero su bianco un’idea che sembra quasi essere fantascienza: lasciare che un algoritmo continui a gestire un profilo quando la persona che lo possiede non è più presente. Il documento ottenuto dall’azienda descrive un brevetto per un sistema basato su intelligenza artificiale capace di emulare l’attività sociale di un utente, reagendo ai contenuti, lasciando commenti e perfino rispondendo ai messaggi privati. L’annuncio tecnico arriva crudo e diretto ma, al contempo, ricco di implicazioni che travalicano la pura ricerca tecnologica.
Cosa prevede il brevetto e come funzionerebbe il clone digitale
Nel testo il modello viene pensato come un grande modello linguistico addestrato sui dati storici dell’utente: commenti, like, post e interazioni varie. L’idea è che la macchina non impari un tono generico ma riproduca fedelmente il modo in cui quella persona si comportava online, creando così un clone digitale che può mantenere attiva la bacheca e continuare a interagire con i follower. Il brevetto cita esplicitamente due scenari: una lunga pausa dall’uso delle piattaforme e la situazione in cui l’utente è deceduto.
Per i creator e gli influencer questo sistema potrebbe servire a non interrompere flussi di contenuti che costituiscono il loro lavoro e la loro presenza commerciale. Il documento suggerisce anche la possibilità di simulare chiamate audio e video oltre ai semplici messaggi testuali, ampliando lo spettro delle interazioni. L’autore principale del deposito è indicato come il CTO dell’azienda, ma un portavoce ha ricordato che la concessione del brevetto non equivale a una decisione di sviluppo o a un impegno di implementazione immediata.
Dubbi etici, legali e sociali in merito all’idea di Meta
Il potenziale di questa tecnologia apre scenari che non sono solo tecnici. Esperte di diritto digitale e privacy ricordano che trattare i dati di una persona dopo la sua scomparsa riguarda aspetti legali e profondamente umani. La gestione del lutto passa anche dalla possibilità di accettare il silenzio o, al contrario, dalla tentazione di prolungare un legame grazie a un assistente artificiale. Inoltre l’impiego continuato di account attivi produce più interazioni e quindi più dati, un elemento che solleva questioni di incentivo economico per la piattaforma e di trasparenza verso gli utenti.
Restano poi incerte le modalità pratiche: varrà lo stesso modello su Instagram, Facebook e WhatsApp? Come distinguerà tra un commento pubblico e una conversazione privata? Quanto potrà essere credibile la simulazione senza risultare inquietante? La discussione non è chiusa e il brevetto, pur non diventando prodotto, impone di riflettere su quanto la tecnologia debba intervenire nei confini tra memoria e presenza. Le domande sono molte e scomode, e richiedono risposte che tengano insieme diritto, etica e aspettative sociali senza perdere di vista il rispetto per la persona che non è più qui.
