La startup di Los Angeles 2Wai ha introdotto una tecnologia che sta alimentando un confronto acceso sul rapporto tra intelligenza artificiale, memoria e lutto. Tutto nasce da un video pubblicato dal co-fondatore Calum Worthy, in cui viene mostrata la capacità dell’app di generare un avatar digitale e interattivo di una persona deceduta. In poche ore il filmato ha trasformato un annuncio commerciale in un caso globale, attirando l’attenzione di milioni di utenti.
Nel video virale, una donna incinta interagisce con la ricostruzione digitale della madre scomparsa. Il racconto prosegue con un salto temporale: l’avatar legge una favola alla nipotina appena nata, per poi riapparire mentre il bambino, qualche anno dopo, conversa con naturalezza con la “nonna” virtuale. Nella scena finale, diventato adulto, il protagonista annuncia all’avatar l’arrivo di una nuova generazione. Il messaggio conclusivo — associato alla frase “Con 2Wai, tre minuti possono durare per sempre” — ha evocato per molti scenari inquietanti.
Tra curiosità, inquietudine e domande etiche
L’app, in versione beta su App Store, consente di creare un HoloAvatar, una rappresentazione in grado di parlare come la persona originale e di utilizzare ricordi caricati dagli utenti. Worthy presenta il progetto come un possibile “archivio vivente” capace di conservare memorie familiari e testimonianze.
Le reazioni online non sono però univoche. Una parte del pubblico considera l’idea profondamente disturbante, temendo che un avatar possa sostituire o alterare il processo naturale del lutto. La scena del bambino che cresce con una “nonna” digitale ha generato i commenti più duri, con critiche legate alla possibile confusione emotiva e alla distorsione delle memorie.
Accanto a queste preoccupazioni emergono riflessioni più ampie: quali limiti dovrebbe avere la ricostruzione digitale di una persona? Chi dovrebbe detenere i diritti di un avatar? E come gestire il consenso di chi non è più in vita? Alcuni esperti temono che, combinata alla robotica umanoide, questa tecnologia possa evolvere in forme ancora più sofisticate di “presenza” post-mortem.
Non mancano però voci favorevoli, che vedono nel progetto un modo per conservare storie familiari e contenuti emotivi destinati altrimenti a perdersi. Una sorta di album di ricordi evoluto, capace di mantenere viva una voce o un volto senza sostituire il ricordo reale.
