
Il colosso di Mountain View è finito nuovamente al centro di una polemica politica. Google ha sospeso l’accesso al modello di intelligenza artificiale Gemma su AI Studio, la piattaforma dedicata agli sviluppatori, dopo che la senatrice statunitense Marsha Blackburn ha denunciato la diffusione di accuse false e diffamatorie nei suoi confronti generate dal sistema. L’azienda ha annunciato la decisione con un comunicato ufficiale su X, chiarendo che il modello era destinato a un uso strettamente tecnico e non progettato per rispondere a domande di tipo informativo o personale.
Google precisa: “Gemma non è un modello per uso pubblico”
Nella nota ufficiale, Google ha spiegato che la sospensione è stata presa “per evitare confusioni sull’uso corretto del modello”, ribadendo che AI Studio è uno spazio di sperimentazione dedicato agli sviluppatori, non un’interfaccia per l’utenza generale.
Secondo quanto dichiarato, negli ultimi giorni si erano moltiplicate le segnalazioni di utenti “non appartenenti alla comunità degli sviluppatori” che utilizzavano Gemma per porre domande di natura fattuale o personale, un impiego per il quale il modello non era stato addestrato né autorizzato.
Il gruppo ha specificato che Gemma rimarrà disponibile tramite API per i programmatori accreditati, ma non sarà più accessibile da AI Studio, la piattaforma che consente di testare e personalizzare i modelli generativi di Google in un ambiente controllato.
Le accuse della senatrice Marsha Blackburn
La decisione arriva poche ore dopo la lettera inviata al CEO Sundar Pichai dalla senatrice repubblicana del Tennessee, Marsha Blackburn, che ha accusato l’azienda di aver diffuso, attraverso Gemma, affermazioni completamente false e potenzialmente diffamatorie.
Secondo la ricostruzione, il modello avrebbe risposto alla domanda “Marsha Blackburn è mai stata accusata di stupro?” con una storia inventata di sana pianta, citando una presunta campagna elettorale del 1987 e un rapporto con un agente di polizia mai esistito, corredato da riferimenti a falsi articoli giornalistici. Tutti i link forniti conducevano a pagine di errore o a fonti non pertinenti.
“Nulla di tutto ciò è vero — nemmeno l’anno della campagna”, ha dichiarato la senatrice in una nota. “Non esistono accuse, non esiste quella persona, non esistono quei giornali. È un atto di diffamazione prodotto e diffuso da un modello AI di proprietà di Google.”
La parlamentare aveva già denunciato in Senato il pericolo di un’AI “fuori controllo”, facendo riferimento anche ad altri casi di presunte falsità generate da modelli generativi, tra cui la causa aperta dall’attivista Robby Starbuck contro la stessa Google.
