Lo scontro tra Bruxelles e le grandi aziende tecnologiche ha preso una piega inaspettata, e stavolta il terreno di battaglia è l’intelligenza artificiale. Apple ha deciso di affiancare pubblicamente Google nella critica alle nuove misure proposte dalla Commissione Europea nell’ambito del DMA (Digital Markets Act). Una mossa che fa rumore, soprattutto perché arriva da un’azienda che storicamente difende a spada tratta l’integrazione verticale dei propri sistemi e che con Google, su molti fronti, compete ferocemente.
Il punto della questione è piuttosto concreto: le nuove regole europee puntano a garantire che servizi AI concorrenti possano accedere alle funzioni interne di Android, come l’invio di email, la condivisione di file, la gestione delle foto e l’interazione con app di terze parti. L’obiettivo dichiarato dalla Commissione è aumentare interoperabilità e concorrenza. Ma secondo Cupertino, questo approccio rischia di compromettere privacy, sicurezza e integrità dei dispositivi in modo serio.
La vicenda affonda le radici nel DMA, il regolamento europeo entrato in vigore nel 2023 e applicato ai cosiddetti gatekeeper digitali dal marzo 2024. La Commissione ha già colpito Apple, Meta e Google con diverse contestazioni antitrust. Alphabet, secondo i dati pubblicati dalla stessa Commissione, controlla una quota dominante nel mercato search e mobile in Europa. Per questo le autorità europee intendono obbligare Google ad aprire alcune componenti chiave del proprio stack software a soggetti terzi, inclusi i fornitori di soluzioni di AI generativa.
Perché Apple difende Google e cosa c’entra la sicurezza di Android
La posizione di Apple ha sorpreso parecchi osservatori, ma in realtà ha una logica molto lineare. Se la Commissione riuscisse a imporre un’apertura profonda ad Android, richieste analoghe potrebbero estendersi rapidamente a iOS, iPadOS e macOS. Apple lo ha messo nero su bianco nella propria memoria inviata alle autorità europee.
E qui la faccenda si fa tecnica, ma vale la pena capirla. Le nuove regole non toccano solo la concorrenza commerciale: vanno a incidere su componenti delicati del sistema operativo Android. Il sistema di gestione dei permessi, le API di accessibilità, la gestione dei token OAuth, le sandbox applicative, i livelli di isolamento tra processi. Roba che tiene in piedi la sicurezza quotidiana di centinaia di milioni di dispositivi.
Apple sostiene che imporre interoperabilità in tempi molto stretti possa introdurre superfici d’attacco nuove e difficili da controllare. Soprattutto adesso, mentre i modelli AI evolvono rapidamente e mostrano comportamenti spesso imprevedibili. Google, dal canto proprio, ha spiegato che le bozze europee permetterebbero a chatbot e agenti AI di interagire con app Android per svolgere operazioni potenzialmente critiche: inviare messaggi, ordinare prodotti, condividere immagini usando applicazioni installate sul dispositivo. Il vantaggio competitivo è evidente, ma aumenta enormemente la complessità del modello di fiducia che finora si basava sull’affidabilità del singolo vendor.
C’è poi il problema della prompt injection. Diversi studi recenti hanno mostrato che modelli generativi collegati a strumenti esterni possono eseguire azioni non previste se manipolati tramite input malevoli. In un ambiente mobile integrato con email, browser e gallerie fotografiche, l’impatto potenziale cresce in modo significativo.
La critica alla Commissione e la partita sugli agenti AI autonomi
Uno dei passaggi più duri nella memoria di Apple riguarda proprio il metodo seguito dai regolatori europei. Cupertino sostiene che la Commissione stia di fatto “ridisegnando un sistema operativo”, sostituendo il giudizio degli ingegneri di Google con valutazioni costruite in pochi mesi di lavoro. Una critica pesante, che tocca un punto reale: regolare piattaforme moderne richiede competenze tecniche molto specialistiche. Android non è soltanto un’interfaccia grafica, ma include un kernel Linux personalizzato, framework basati su Java, il runtime ART, il meccanismo Binder IPC per la comunicazione tra processi e, sui SoC più recenti, anche hypervisor hardware e tecnologie di virtualizzazione avanzata.
Apple contesta l’idea che un’autorità regolatoria possa imporre rapidamente modifiche architetturali senza assumersi direttamente i rischi tecnici che ne derivano. Maggiore interoperabilità significa quasi sempre aumento della superficie d’attacco, e la sicurezza di una piattaforma mobile dipende spesso da compromessi complessi e delicati.
Dietro tutto questo, però, si intravede una partita ancora più grande. Le grandi aziende tecnologiche stanno preparando piattaforme basate su agenti AI capaci di eseguire operazioni autonome tra applicazioni diverse. Google lavora alle integrazioni avanzate tra Gemini e Android, Apple sviluppa funzioni simili attraverso Apple Intelligence, Microsoft spinge Copilot verso automazioni sempre più profonde. Il valore commerciale, in tutti questi casi, nasce dalla possibilità di controllare l’accesso al sistema operativo e alle API locali. Se la Commissione imponesse un accesso aperto e standardizzato, aziende più piccole potrebbero teoricamente sviluppare agenti AI in grado di usare funzioni native dei dispositivi senza dipendere da Google o Apple.
La Commissione, intanto, non sembra intenzionata a rallentare: i procedimenti DMA avviati a carico di Google proseguono e le decisioni definitive sulle misure correttive potrebbero arrivare entro l’estate 2026. In caso di mancato adeguamento, il regolamento prevede sanzioni fino al 10% del fatturato globale annuo.
