OSIRIS-REx aveva già fatto il suo dovere e lo aveva fatto in modo spettacolare, riportando a casa nel 2023 quei preziosissimi campioni dell’asteroide Bennu. Fine della storia, tutti a casa, pensavamo. Invece no. Questa missione era finita dritta nella lista nera dei tagli al bilancio, una di quelle sfortunate “vittime” che, nell’era Trump, si doveva sacrificare, come nomi storici del calibro del telescopio Chandra o della sonda New Horizons. Eppure, qui arriva il ribaltone che ci piace: contro ogni logica contabile e ogni pronostico, la NASA ha detto “fermi tutti, questa non si tocca!”.
La NASA rilancia la sonda OSIRIS-REx verso un incontro unico con Apophis
Hanno deciso non solo di non chiuderla, ma di darle nuova linfa: ben venti milioni di dollari per continuare il viaggio. Perché mandare in pensione una campionessa se ha ancora benzina nel serbatoio? E così è nata OSIRIS-APEX. La sonda è stata dirottata verso un nuovo, affascinante e potenzialmente cruciale obiettivo: Apophis. Questo non è un sassolino qualsiasi, è un asteroide grande quanto un grattacielo che, nel 2029, passerà a una distanza spaventosa dalla Terra, addirittura più vicino di dove orbitano i nostri satelliti per le comunicazioni. Un evento davvero eccezionale.
L’incontro ravvicinato sarà una manna dal cielo per gli scienziati. Non capita mai di poter osservare un corpo celeste di queste dimensioni mentre viene “sballottato” dalla gravità terrestre così da vicino. Questo non è solo uno sfizio accademico; ha implicazioni vitali per la difesa planetaria. Capire esattamente come la Terra influenza la traiettoria di Apophis è fondamentale per poter dire con cognizione di causa cosa fare se un giorno un oggetto del genere decidesse di mettersi davvero sulla nostra rotta. È l’opportunità di un secolo per studiare i meccanismi di deviazione o, al limite, di preparazione.
Per quanto la notizia della “seconda vita” sia splendida, non pensiamo che tutto sia rose e fiori lassù. I tagli al bilancio della NASA, anche se non hanno ucciso la missione, l’hanno sicuramente ferita. Il team all’Università dell’Arizona, che è il cuore pulsante del progetto, ha dovuto di fatto congelare gran parte delle attività fino al 2027. Questo significa che molti giovani talenti, formati apposta per lavorare su questa meraviglia tecnologica, sono stati costretti a trovare altri incarichi. E anche alla Lockheed Martin, che ha costruito la sonda, gli ingegneri cruciali per gestirne la rotta vengono dirottati su programmi più… militari. Insomma, la missione va avanti a fatica, tra mille difficoltà logistiche e umane.
Nonostante tutto, OSIRIS-APEX è diventata il simbolo di qualcosa di più grande di una semplice missione scientifica. È la dimostrazione che con un po’ di ostinazione (e qualche milione di dollari ben speso), una missione spaziale può letteralmente risorgere dalle proprie ceneri e darsi un nuovo, ambizioso, scopo. Quando nel 2029 questa sonda si ritroverà “faccia a faccia” con Apophis, non starà solo raccogliendo dati. Ci starà ricordando che, sia nelle sfide della ricerca che nei drammi di bilancio, se c’è ancora un po’ di carburante – fisico o metaforico – e qualcuno che ci crede, il viaggio può sempre ricominciare. E questa è una lezione che vale anche qui sulla Terra.
