C’è qualcosa nell’aria alla NASA che sa di incertezza e smobilitazione. Non si tratta solo di una fase passeggera o di uno dei soliti tira e molla politici. Stavolta il colpo è più profondo, e lo si vede dalle crepe che si stanno aprendo dentro un’agenzia storicamente abituata a guardare lontano, alle stelle. L’amministrazione Trump ha proposto un taglio del 25% al budget per il 2026, e anche se potrebbe sembrare una questione tecnica o contabile, in realtà sta generando un vero terremoto umano e istituzionale.
NASA in crisi: tagli al budget e fuga di cervelli mettono tutto a rischio
Quasi 3.000 persone hanno già fatto le valigie. Non si tratta solo di numeri, ma di scienziati, ingegneri, tecnici, comunicatori — tutte figure che hanno dedicato anni, spesso decenni, alla costruzione di missioni che ci hanno portato su Marte, tra le lune di Giove, e oltre. Il malcontento, che fino a qualche mese fa serpeggiava sottotraccia, adesso è esploso in pubblico: una lettera aperta, “The Voyager Declaration”, è diventata un manifesto di protesta firmato da centinaia di lavoratori attuali ed ex. Le parole non lasciano spazio a fraintendimenti: si parla di spreco di risorse pubbliche, di pericoli per la sicurezza umana e nazionale, e di una missione — quella dell’esplorazione spaziale — che rischia di essere profondamente compromessa.
Il clima interno si sta facendo sempre più teso. Se a febbraio era stata Laurie Leshin, alla guida del Jet Propulsion Laboratory, a lasciare dopo aver gestito tagli drammatici, ora tocca a Makenzie Lystrup annunciare le sue dimissioni. Dal primo agosto, il centro Goddard, uno dei più importanti fulcri scientifici della NASA, resterà senza la sua direttrice. Ed è difficile non leggere in questa scelta un segnale preoccupante. Lystrup rappresentava una figura fortemente simbolica, amata dentro e fuori l’agenzia, e il suo addio pesa.
Il centro Goddard, con oltre 8.000 persone al lavoro e missioni cruciali come il James Webb, Hubble e il futuro telescopio Nancy Grace Roman, è tra i più esposti ai tagli proposti. Quasi il 60% dei suoi fondi arriva dal settore scientifico — lo stesso che vedrebbe dimezzato il budget da 7,3 a 3,9 miliardi. Il rischio? Cancellazioni, rinvii, e una brusca frenata proprio mentre nuove missioni si stavano preparando a partire.
Il Congresso proverà forse a correre ai ripari, ma intanto alla NASA si respira un senso di attesa sospesa. Il capo di stato maggiore ha già comunicato che l’agenzia si sta preparando al peggio. E mentre tutto questo accade, resta una domanda che aleggia silenziosa nei corridoi: cosa succede al sogno spaziale americano quando a mancare non sono le idee, ma il terreno sotto i piedi?
