La situazione di Stellantis in Italia è descritta come un lento logoramento. Negli ultimi quattro anni quasi diecimila posti di lavoro si sono dissolti, spesso tramite uscite volontarie o incentivi alla pensione. I dati diffusi parlano chiaro: dai 37.288 dipendenti del 2020 si è passati ai 27.632 del 2024. Una caduta che pesa sulle famiglie e sui territori. Gli esuberi dichiarati hanno superato le seimila unità tra il 2024 e il 2025, con costi che sfiorano gli ottocento milioni di euro. Il futuro appare incerto e i sindacati puntano il dito contro una strategia considerata miope. Cosa significa per le fabbriche che un tempo erano simbolo di vitalità industriale?
Il quadro diventa ancora più cupo guardando i numeri della produzione nazionale. In vent’anni si sono perse oltre mezzo milione di auto. Nel 2024 le vetture prodotte Stellantis si sono fermate a 289.154 unità, mentre i veicoli commerciali sono stati 190.784. Anche i motori hanno subito un crollo verticale, con oltre mezzo milione di pezzi in meno rispetto al 2004. I sindacati sottolineano con forza che i nuovi modelli destinati al mercato di massa non nascono più in Italia. Topolino in Marocco, Fiat 600 e Alfa Junior in Polonia, Panda in Serbia, Lancia Y in Spagna. Perché gli stabilimenti italiani vengono esclusi da queste produzioni cruciali?
Appello per un nuovo piano per Stellantis
Il malcontento cresce e il sindacato Fiom-Cgil invoca un incontro diretto con l’amministratore delegato Filosa. La richiesta vede un piano industriale che riporti centralità agli stabilimenti italiani Stellantis. Viene chiesto il rilancio di Maserati e Alfa Romeo, il recupero della gigafactory, più risorse per la ricerca e lo sviluppo. Si insiste sulla necessità di nuove assunzioni, per invertire la spirale delle uscite incentivate che hanno impoverito la forza lavoro. Senza nuovi modelli e senza investimenti, quale futuro resta all’industria automotive italiana? La sensazione diffusa è che il tempo stia scivolando via, mentre fabbriche storiche come Mirafiori e Pomigliano continuano a fermarsi. I sindacati avvertono che senza un cambio di rotta il rischio è di assistere a un declino irreversibile.
