Dopo anni di attesa, i risarcimenti legati allo scandalo Cambridge Analytica stanno finalmente arrivando per gli utenti coinvolti. La class action negli USA aveva portato Meta ad accettare un accordo da 725 milioni di dollari, una delle somme più alte mai versate in casi di violazione della privacy. Ora i primi rimborsi sono stati accreditati e, secondo le testimonianze, l’importo medio è di circa 38 dollari a persona.
La conferma arriva da Adi Robertson di The Verge, che ha raccontato di aver ricevuto un pagamento di 38,36$ tramite PayPal. La giornalista ha spiegato di essere stata avvisata con una mail ufficiale che certificava l’approvazione della sua richiesta. Non si tratta però di un caso isolato. Infatti anche altre persone hanno condiviso online prove di rimborsi simili, anche se in alcuni casi la cifra è risultata inferiore, attorno ai 5 dollari.
Dati venduti senza consenso: Meta al centro di uno scandalo
La vicenda trae origine dal 2018. Durante quell’anno emerse che Facebook aveva concesso l’accesso ai dati personali degli utenti a terze parti, senza che questi fossero informati o consenzienti. La società Cambridge Analytica utilizzò tali informazioni per scopi politici, in particolare per campagne elettorali negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Lo scandalo mise in evidenza gravi falle nella gestione della privacy e aprì la strada a cause legali e sanzioni miliardarie per Meta.
La class action aveva come obiettivo un risarcimento per gli utenti i cui dati erano stati condivisi illegalmente. Dopo la definizione dell’accordo, i pagamenti sono iniziati solo ora, a distanza di anni, e stanno arrivando in maniera scaglionata. Le cifre non sono alte se confrontate con la portata dello scandalo, ma rappresentano un riconoscimento simbolico del danno subito e dell’importanza della tutela dei dati personali.
Secondo gli osservatori, questa vicenda ha contribuito a modificare la percezione pubblica delle piattaforme digitali, spingendo governi e autorità di regolamentazione a introdurre norme più severe sulla privacy. Questa situazione però non chiude il dibattito sulla gestione dei dati da parte dei colossi tecnologici. Le multe e i risarcimenti non bastano a cancellare i rischi, e la sfida resta quella di trovare un equilibrio tra innovazione, business e rispetto della privacy degli utenti.
