Guardare il cielo è una delle poche cose che ci accomuna tutti, da sempre. C’è qualcosa in quel buio punteggiato di luce che ci spinge a chiederci chi siamo, da dove veniamo, quanto siamo piccoli – o magari grandi – in questo universo che sembra non finire mai. E oggi, rispetto al passato, non ci limitiamo più a osservare da lontano. Stiamo andando sempre più vicini al cuore delle origini, grazie a una meraviglia della tecnologia chiamata James Webb Space Telescope.
Il telescopio Webb spinge oltre i confini di Hubble
Uno dei suoi ultimi scatti ci riporta in un punto dello spazio già noto, ma questa volta con occhi nuovi. Parliamo del Campo Ultra Profondo di Hubble, un pezzettino di cielo minuscolo, ma che nel 2004 ci aveva già fatto girare la testa mostrando migliaia di galassie concentrate in uno spazio ridicolmente piccolo. Eppure, per quanto fosse stato rivoluzionario allora, quello era solo l’inizio. Ora che Webb ha puntato lì i suoi specchi dorati, quel paesaggio cosmico si è trasformato di nuovo. Più nitido, più profondo, più ricco.
Con una pazienza che solo i grandi progetti scientifici possono permettersi – decine di ore di esposizione e strumenti di una precisione incredibile – gli astronomi sono riusciti a raccogliere un’immagine che sembra quasi un’opera d’arte. Ma non è solo bella: è piena di storie. Quelle galassie rossastre, per esempio, potrebbero essere tra le prime a essersi formate, o forse nascondono nuove stelle ancora avvolte nella polvere. E quei puntini più chiari, sparsi qua e là, risalgono a un tempo in cui l’universo era appena nato.
Anche se non ci sono nuovi record da celebrare, ogni pixel è una scoperta. E ogni osservazione ci avvicina un po’ di più a risposte che inseguivamo da secoli: come nascono le galassie? Cosa accende le prime stelle? E che forma aveva davvero l’universo quando tutto è cominciato?
Con Webb, la storia dell’universo non è più un mistero lontano: è un libro che stiamo finalmente iniziando a leggere.
