C’è una scena che si ripete ogni estate negli Stati Uniti: il sole che cala su uno stadio affollato, il rumore secco di una mazza che colpisce la palla, il pubblico che trattiene il fiato in attesa del verdetto dell’arbitro. Solo che questa volta, a fare da giudice, non c’era un uomo con maschera e protezioni, ma un sistema automatizzato chiamato ABS — Automated Ball-strike System. Una sorta di “cugino americano” della nostra VAR calcistica, se vogliamo semplificare.
L’AI entra in campo: il baseball americano testa l’arbitro automatico
È successo davvero, pochi giorni fa, durante una partita della Major League Baseball. Per la prima volta, è stato l’ABS a decidere in tempo reale se i lanci erano regolari oppure no. E come spesso succede quando l’uomo fa un passo indietro per lasciare spazio alla tecnologia, le polemiche non hanno tardato ad arrivare. Cinque decisioni contestate. Quattro giudicate sbagliate. Risultato? Fiducia nel sistema un po’ incrinata, almeno per ora.
Va detto: l’obiettivo non è quello di togliere il lavoro agli arbitri. Al contrario, l’idea è affiancarli, ridurre al minimo gli errori, rendere il gioco più giusto e, si spera, più spettacolare. Ma tra la teoria e la pratica, si sa, c’è sempre un bel salto da fare. L’ABS funziona con videocamere Hawk-Eye — le stesse che vediamo nel tennis o nel calcio — e stabilisce l’area di strike in modo matematico, basandosi sulla statura del battitore. Una precisione che dovrebbe togliere ogni ambiguità, eppure… eccoci qui, a parlare delle sue prime “papere”.
Quello che rende questa novità davvero interessante, però, è il modo in cui coinvolge tutti: pubblico, giocatori, allenatori. Ogni giudizio può essere rivisto, messo in discussione, in un piccolo rito collettivo che dura pochi secondi. Non sarà perfetto, ma apre scenari nuovi. Il manager dei Dodgers ha detto che “ai tifosi piace, e anche ai giocatori”. Magari è solo l’entusiasmo della novità, ma intanto l’ABS ha fatto il suo ingresso. Non perfetto, non definitivo, ma già capace di accendere una conversazione.
Forse è proprio questo il bello: non tanto il sogno (ancora lontano) di un’arbitraggio infallibile, ma l’idea che anche nello sport più tradizionalista d’America ci sia spazio per un esperimento, per una rivoluzione tecnologica fatta di tentativi, errori e (si spera) qualche colpo di scena in meno.
