Ci sono prodotti che sembrano usciti da un film di fantascienza e che ti fanno chiedere: “Ma davvero qualcuno pensava che ne avremmo avuto bisogno?”. Le Dyson Zone sono esattamente uno di questi. Un paio di cuffie over-ear, massicce e super costose, che oltre alla musica promettevano di purificarti l’aria intorno. Un’idea sicuramente ambiziosa… ma che non ha convinto quasi nessuno.
Dyson punta su audio tradizionale dopo il fallimento delle Zone
Annunciate nel 2022, le Zone sono arrivate sul mercato l’anno successivo con un prezzo da capogiro: quasi 950 dollari. Ora, a distanza di poco più di un anno, Dyson ha interrotto la produzione. Su alcuni siti americani si trovano scontate a meno di 260 dollari, ma è chiaro che l’azienda sta cercando di svuotare i magazzini in silenzio. In Italia resistono solo in pochi negozi, dove costano ancora un’esagerazione.
Il punto è che questo prodotto è sempre sembrato più un esperimento strano che una risposta a una reale esigenza. Sviluppato in sei anni e portato avanti dal figlio del fondatore, Jake Dyson, Zone doveva essere il debutto della nuova linea a suo nome. E invece si è trasformato in un clamoroso buco nell’acqua.
Le recensioni? Pessime. I titoli? “Imbarazzante”, “inutile”, “costoso e scomodo”. E in effetti l’idea di andare in giro con una visiera stile maschera anti-gas attaccata alle cuffie non ha mai davvero preso piede, specie in un mondo post-pandemia dove l’urgenza dell’aria “pura” è andata un po’ scemando.
Jake Dyson continua a difendere il progetto, definendolo “brillante” e suggerendo che potrebbe tornare in futuro. Ma, conti alla mano, i costi di sviluppo sono stati enormi, e il ritorno economico praticamente nullo. Decine di milioni di dollari per un prodotto che non ha mai avuto un vero pubblico.
Per fortuna, Dyson ha cambiato rotta. Le nuove cuffie OnTrac, molto più tradizionali e focalizzate sull’audio, stanno andando decisamente meglio. Prezzo sempre premium (499 euro), ma almeno non ti fanno sembrare un personaggio di Blade Runner.
Morale della storia? Anche i giganti possono sbagliare, ma se ascoltano davvero il mercato, possono rimettersi in carreggiata.
