Un recente studio pubblicato su ACS ES\&T Water ha evidenziato un fenomeno poco considerato. Si tratta del rilascio di microplastiche e nanoplastiche durante il lavaggio in lavastoviglie di prodotti in plastica. Gli autori, guidati dal dott. Okoffo, hanno eseguito una serie di esperimenti. Con i quali si è provato a quantificare l’entità di tali emissioni. Al fine di comprenderne le conseguenze per l’ambiente e per la salute. Gli esperimenti riguardano diversi tipi di oggetti in plastica usati in cucina. I ricercatori hanno simulato cicli completi di lavaggio. Sottoponendo gli oggetti a temperature che superano i 70°C, all’azione di detergenti convenzionali e al movimento vigoroso dell’acqua. Tali fattori, si è scoperto, provocano un’usura progressiva delle superfici plastiche.
Lavastoviglie responsabili del rilascio di microplastiche
Conseguenze di tale processo è il distacco di minuscole particelle. A tal proposito, è stato stimato che quasi un milione di frammenti vengono generati in un’unica sessione di lavaggio a pieno carico. Analizzando i dati su base annuale, si calcola che un nucleo familiare medio possa rilasciare oltre trenta milioni di particelle plastiche ogni anno. Ciò solo usando la lavastoviglie più volte a settimana. Tra i polimeri più soggetti a degradazione ci sono polietilene, polipropilene e polistirene. I quali rilasciano prevalentemente microplastiche di dimensioni maggiori.
Al contrario, materiali come il PET o il nylon-6 mostrano una maggiore resistenza, rilasciando particelle più piccole e in quantità relativamente minori. Le microplastiche così prodotte si riversano nelle acque di scarico e raggiungono gli impianti di depurazione, dove non sempre vengono completamente rimosse. Una quota di tali particelle finisce per essere rilasciata nei corsi d’acqua. Mentre un’altra resta intrappolata nei fanghi di depurazione. In entrambi i casi, i frammenti possono accumularsi negli ecosistemi.
Il contributo delle lavastoviglie è inferiore rispetto ad altre fonti di inquinamento plastico. Eppure, il fenomeno non è trascurabile. La ricerca invita a ripensare il rapporto con gli oggetti in plastica. Inoltre, le aziende produttrici potrebbero investire nello sviluppo di materiali plastici più duraturi. E dunque meno inclini al rilascio di frammenti.
