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La strategia di Google e l’impatto sull’esperienza utente
Il cambiamento, come detto, riguarda in modo particolare i dispositivi di fascia bassa. Cioè quelli che in passato offrivano una memoria interna minima sufficiente per Android 13 ma che ora rischiano di essere superati. Un esempio è il BLU View 5 Pro. Quest’ ultimo nonostante il prezzo estremamente contenuto di circa 50 dollari, include già 64GB di memoria. Al di fuori di questo settore, anche nella fascia medio-bassa, 64GB è diventato ormai il nuovo standard per gli smartphone.
La decisione di Google di fissare una memoria minima di 32GB non ha come obiettivo la limitazione dell’accesso al sistema operativo. Quanto piuttosto l’eliminazione graduale di dispositivi che, pur continuando a supportare Android, non sono più in grado di garantire un’esperienza d’uso adeguata. Anche se Android è un sistema operativo open-source l’ accesso ai Google Mobile Services sarà vietato a tutti i device che non rispettano la nuova soglia. Ciò significa che senza GMS, che include applicazioni come il Play Store, l’esperienza su Android diventa decisamente limitata.
Un aspetto curioso riguarda anche i cosiddetti “dumb phone”. Ovvero i dispositivi che puntano su funzionalità limitate ma che si basano sempre su Android. Anche questi dovranno rispettare i nuovi requisiti di memoria per poter continuare a garantire l’accesso al Play Store. In generale, Google riconosce che nonostante l’aumento della dipendenza dai servizi cloud, i dispositivi devono comunque avere una memoria locale sufficiente per supportare le app. Le quali, a loro volta, continuano ad aumentare in termini di complessità e dimensioni. Insomma, l’ aumento dei requisiti minimi di memoria è quindi una risposta alle esigenze di un sistema digitale in continua evoluzione. Di conseguenza sempre più risorse sono necessarie per un’esperienza utente fluida e senza intoppi.









