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Sui social e su diversi media circola da qualche settimana il termine zombie filler, un’etichetta a effetto per indicare un trattamento estetico che utilizza tessuto adiposo prelevato da donatori deceduti e poi iniettato in pazienti che cercano un ringiovanimento del viso o il recupero di volume. Detta così suona macabra, quasi da film horror, ma alla fine si tratta di un trapianto come tanti altri, solo che al posto di un rene, di una cornea o di un cuore c’è del grasso. La domanda che si pongono in molti è semplice: esiste davvero un mercato del genere, quanto costa e quanto è sicuro?
La risposta alla prima domanda è sì, esiste, e non è nemmeno una novità dell’ultima ora. Il procedimento circola da almeno dieci anni, ma in passato era roba per pochissimi, con cifre che potevano arrivare a centinaia di migliaia di euro. C’era poi un motivo pratico per non ricorrervi: esisteva già il lipofilling autologo, in cui il chirurgo plastico preleva il grasso dal corpo del paziente con una liposuzione e lo reinietta altrove. Una specie di due in uno, perché si toglie il tessuto dove dà fastidio e lo si sposta dove serve volume, come glutei, seno, fianchi o viso.
Zombie filler: il fattore Ozempic e la corsa al volume perduto
Il ritorno di fiamma dello zombie filler ha una causa piuttosto precisa, ed è legato a un’altra tendenza esplosa soprattutto tra ricchi e famosi, Hollywood in testa, dove l’aspetto fisico fa parte del curriculum. Il boom dei farmaci GLP-1 come Ozempic e Wegovy ha spinto moltissime persone a dimagrire in fretta, salvo poi scoprire l’effetto collaterale estetico: il volume sparisce anche dove non dovrebbe, per esempio sulle tempie, e il viso finisce per sembrare più invecchiato.
Il problema è che, senza grasso da cui attingere, il lipofilling classico diventa impraticabile. A quel punto restano due strade. La prima sono i filler temporanei, acido ialuronico in primis. La seconda è appunto il trapianto di tessuto adiposo da donatore, che a molti pazienti dà l’impressione di un risultato più naturale rispetto a un riempitivo sintetico.
Cosa succede davvero durante il trattamento
Il punto che spesso sfugge nel racconto sensazionalistico è che nessuno inietta grasso di cadavere così com’è, alla Frankenstein. Si parte da prodotti commerciali come alloClae o Renuva, che partono da tessuto adiposo di donatori deceduti e lo lavorano. Il tessuto adiposo, va ricordato, è composto soprattutto da cellule che immagazzinano grasso e funziona come riserva energetica, isolante termico e regolatore di alcune funzioni metaboliche e ormonali. Insomma, il grasso serve eccome.
Durante la lavorazione le cellule e il materiale genetico vengono rimossi, il prodotto passa attraverso una serie di controlli e diventa una sorta di matrice biologica. Non un riempitivo passivo, ma un supporto che aiuta la rigenerazione e la riparazione dei tessuti, favorendo il recupero del volume. Il vantaggio commerciale è evidente: si ottiene materiale biologico senza dover sottoporre il paziente a un prelievo. E i costi sono scesi parecchio rispetto a un tempo, visto che un trattamento con alloClae si aggira tra i 4.500 e i 12.000 euro circa, a seconda degli obiettivi e della quantità di prodotto necessaria.
Le domande ancora aperte su sicurezza ed etica
Chi assume GLP-1 raramente si è interrogato sugli effetti a lungo termine di quei farmaci, che restano in buona parte sconosciuti, quindi è ragionevole aspettarsi che nemmeno sul trapianto di tessuto adiposo ci si faccia troppe domande. Il punto è che si tratta di una biotecnologia relativamente recente e la comunità scientifica dovrebbe affrontare la questione senza troppi rinvii, considerando la velocità con cui cresce il mercato della medicina estetica.
Sul tavolo restano nodi concreti: quanto dura l’effetto, che tipo di risposta infiammatoria si innesca, la possibile comparsa di noduli o irregolarità, le complicazioni legate alla sede dell’impianto. Poi c’è il capitolo etico, che è forse il più scomodo. Una persona può acconsentire a donare i propri organi per la scienza o per salvare vite umane, ma per finalità estetiche il discorso cambia. L’impiego di tessuti umani provenienti da persone decedute richiede sistemi rigorosi di consenso, selezione dei donatori, tracciabilità e lavorazione. Il fatto che un tessuto sia legalmente utilizzabile in determinate circostanze non significa che ogni interrogativo sul suo impiego nel mercato cosmetico abbia già trovato una risposta.










