Le zanzare potrebbero aver trovato il modo di aggirare uno degli scudi più usati contro le loro punture, e la scoperta ha già acceso qualche campanello d’allarme tra chi studia questi insetti. Una ricerca appena pubblicata racconta infatti una storia che nessuno si aspettava: il DEET, cioè il principio attivo del repellente più diffuso al mondo, in certe condizioni smetterebbe di respingere le zanzare per diventare invece un richiamo. Un ribaltamento completo, insomma.
Il lavoro porta la firma dei ricercatori dell’Università di Tours e della Virginia Tech, ed è finito sulle pagine del Journal of Experimental Biology. L’oggetto dello studio è la zanzara della febbre gialla, una specie ben nota agli entomologi e non certo innocua. Quello che gli scienziati hanno osservato in laboratorio ha del sorprendente, perché mette in discussione un’idea che davamo quasi per scontata, ovvero che quel profumo pungente tenesse lontani gli insetti in modo stabile.
Bastano quattro pasti per cambiare tutto
Il dettaglio più curioso riguarda i tempi. Secondo quanto emerso, sono sufficienti quattro pasti di sangue accompagnati dall’odore del DEET perché la zanzara cominci ad associare quel profumo alla presenza di cibo. Quattro volte soltanto, e l’insetto impara. Non è una reazione istintiva, è qualcosa di più raffinato, una forma di apprendimento che collega uno stimolo olfattivo a una ricompensa concreta.
Detta così sembra quasi un esperimento di condizionamento classico, e in effetti il meccanismo ricorda parecchio quelle dinamiche. La zanzara annusa il repellente, poi trova sangue, e col passare delle esperienze finisce per leggere quell’odore non più come un segnale di pericolo ma come un invito a nozze. Il repellente, in pratica, rischia di trasformarsi in un promemoria che dice all’insetto dove andare a cercare il pasto successivo.
Il punto che rende la faccenda interessante, e insieme preoccupante, è proprio la velocità con cui avviene questo cambio di percezione. Non servono generazioni di zanzare che si adattano lentamente. Basta la vita di un singolo insetto, con una manciata di esperienze ravvicinate, perché l’apprendimento prenda forma. È il tipo di scoperta che costringe a guardare con occhi diversi uno strumento che milioni di persone usano ogni estate senza farsi troppe domande.