La piattaforma X di Elon Musk finisce di nuovo sotto la lente delle autorità americane, con un gruppo di associazioni per la privacy che chiede alla Federal Trade Commission di non mollare la presa. In vista della scadenza del 2 luglio per inviare i commenti pubblici, quindici organizzazioni hanno firmato una lettera per invitare l’agenzia a respingere la richiesta di X di chiudere gli audit sulla gestione dei dati degli utenti.
La questione nasce da un ordine imposto anni fa, quando la FTC scoprì che un errore di programmazione aveva portato l’allora Twitter a condividere in modo improprio i dati di contatto degli utenti. Quei dati erano stati forniti per l’autenticazione a due fattori, ma finirono per essere usati nella pubblicità mirata. Da lì è scattato l’obbligo per la piattaforma di sottoporsi a costose verifiche indipendenti, con la FTC autorizzata a chiedere documenti per controllare il rispetto delle leggi sulla privacy senza dover avviare altre azioni legali.
Perché X vuole liberarsi dell’ordine
L’argomento principale portato avanti da Musk è più o meno questo. Dopo aver trasformato Twitter in X e poi averla assorbita dentro SpaceX, la vecchia azienda non esisterebbe più. Da qui la tesi secondo cui non ci sarebbe più il rischio di una cattiva gestione dei dati. X sostiene inoltre che i costi dell’ordine siano troppo pesanti e che le sue prescrizioni siano ormai un doppione, visto che la società deve già rispettare obblighi simili con il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.
Le associazioni, tra cui figurano Demand Progress, la Electronic Frontier Foundation, l’Electronic Privacy Information Center e la National Consumers League, hanno smontato punto per punto queste motivazioni. Nella loro lettera parlano di un tentativo sfacciato di sottrarsi alle responsabilità a spese dei cittadini americani. Secondo loro, X e la sua attuale dirigenza rappresentano un rischio serio per la privacy e la sicurezza dei dati, motivo che rende necessaria una sorveglianza continua e non certo la fine dei controlli.
L’IA accende i campanelli d’allarme
Il vero nodo, per gli attivisti, riguarda proprio l’intelligenza artificiale. Le modifiche introdotte da Musk avrebbero sollevato nuove preoccupazioni invece di eliminarle. Tra i punti più critici c’è Grok, il chatbot della piattaforma, finito al centro di una causa legale promossa da tre ragazze che accusano X di aver permesso la generazione di materiale pedopornografico e immagini intime non consensuali. E poi c’è il dato che fa impressione. Lo scorso anno sarebbero trapelati 2,8 miliardi di record dalla piattaforma, proprio mentre Musk gestiva le operazioni di DOGE per estrarre informazioni sensibili su milioni di americani.
Le associazioni ricordano che la stessa FTC aveva già accertato come Musk avesse dato indicazioni ai dipendenti che avrebbero violato l’ordine, cercando di dare ai giornalisti accesso libero ai dati interni per indagare sui cosiddetti Twitter Files. Ma il punto che scotta di più riguarda l’addestramento dell’AI. X avrebbe raccolto centinaia di milioni di post per allenare i suoi sistemi senza un consenso esplicito e significativo degli utenti. Invece di chiedere il permesso, la società ha semplicemente aggiornato i termini di servizio, scommettendo di fatto sul fatto che nessuno li avrebbe letti.
Il paragone tirato in ballo è pesante: quello con Cambridge Analytica. Musk, secondo questa lettura, non avrebbe inventato nulla di nuovo, ma avrebbe portato su scala industriale lo stesso modello di sorveglianza. Dati comportamentali raccolti in massa che permettono di costruire modelli di personalità su intere popolazioni. Il modello di business che addestra Grok sui post pubblici viene descritto come identico a quello dietro uno dei più grandi scandali della storia dei dati. Con una differenza. Al posto della vendita pubblicitaria a terzi c’è l’uso diretto dell’AI da parte di entità allineate a Musk.
Ci sono metodi per rifiutare, certo, ma vengono definiti praticamente invisibili. Una ricerca citata segnala che il 73 percento degli utenti di X non sapeva che i propri tweet stessero addestrando Grok. E c’è un dettaglio che potrebbe far storcere il naso a molti: cancellare i post non cancella il segnale comportamentale già finito nel modello AI. In pratica l’algoritmo continua a proporre contenuti basati su informazioni che l’utente pensava di aver eliminato.
Il sostegno dell’ex procuratore generale
X non ha risposto alle richieste di commento. A schierarsi dalla sua parte è però l’ex procuratore generale degli Stati Uniti William Barr, che in una lettera ha definito eccessive le centinaia di richieste di informazioni arrivate dalla FTC dopo l’acquisto di Twitter. Contrario a un controllo permanente delle agenzie sulle aziende private, Barr ha spinto la FTC a smettere di trattare la chiusura degli ordini di consenso come qualcosa che richiede circostanze straordinarie, chiedendo almeno di riaprire l’ordine per valutare se le restrizioni imposte a X siano ancora adeguate.
Il destino della richiesta potrebbe però dipendere dall’analisi legale presentata dalla società, che gli attivisti definiscono fuorviante. Nessuno dei casi citati da X, sostengono, dimostra davvero che un’azienda trasformata non debba più rispettare un ordine dopo una ristrutturazione. In un caso l’ordine era stato chiuso grazie a una clausola che ne prevedeva la scadenza dopo vent’anni, nell’altro era stato modificato solo dopo sedici anni di rispetto delle regole. L’ordine imposto a X, invece, ha appena quattro anni. E soprattutto Musk aveva accettato costi e obblighi al momento dell’acquisto di Twitter, quindi dovrebbe restarci vincolato fino alla fine.
Il punto più evidente resta uno solo. X, alla fine, fa ancora quello che faceva Twitter. Stessa funzione di social network, stesso utilizzo dei dati degli utenti per la pubblicità mirata e adesso anche nuovi impieghi legati al business dell’AI, che secondo le associazioni rendono la sorveglianza prevista dall’ordine del 2022 ancora più necessaria.