Volkswagen si trova davanti a un bivio che pochi avrebbero immaginato fino a poco tempo fa. Il colosso di Wolfsburg, simbolo dell’industria automobilistica europea, ha lasciato trapelare un allarme interno che fa rumore proprio perché arriva dai vertici stessi del Gruppo. Lo spettro di una crisi che sembrava archiviata torna prepotentemente al centro, e i toni usati dal management non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Tutto parte da un sondaggio riservato condotto tra i membri del consiglio di amministrazione e del consiglio di sorveglianza. I risultati hanno messo a nudo quanto sia profonda la difficoltà. Sei dei nove membri del consiglio chiamati in causa hanno ammesso che la storica realtà tedesca rischia addirittura la sopravvivenza. Altri tre hanno parlato di una situazione semplicemente “tesa”, e nessuno, dato che pesa più di tante parole, ha definito lo scenario attuale come “non critico”.
Le radici di una difficoltà che viene da lontano
Dopo il dieselgate, l’azienda ha cercato di ripulire un’immagine compromessa puntando tutto sulle auto elettriche. La scommessa, però, non ha dato i frutti sperati. La ID.3 avrebbe dovuto rappresentare per il marchio quello che a suo tempo furono la Golf o la Polo, vetture capaci di entrare nella vita di milioni di famiglie. Le cose sono andate diversamente. Nonostante una serie di flop sul fronte elettrico, i vertici hanno continuato ad ampliare la gamma a zero emissioni, finendo per generare una crisi di identità mai vista prima.
Il problema è che il nuovo corso convince soltanto una cerchia ristretta di acquirenti benestanti, spesso persone che in garage tengono comunque anche una macchina con motore tradizionale. Nel frattempo modelli che hanno scritto la storia del marchio sono finiti nel dimenticatoio. A complicare il quadro ci sono i mercati esteri. In Cina la contrazione delle vendite ha portato a tagliare 1 milione di esemplari, mentre negli Stati Uniti il colpo è arrivato dai dazi.
I numeri Volkswagen che raccontano la verità
I conti del primo trimestre Volkswagen del 2026 fotografano una situazione tutt’altro che rosea. L’utile operativo è calato del 14,3 per cento, fermandosi a 2,5 miliardi di euro, con il margine operativo sceso al 3,3 per cento dal 3,7 precedente. Gli analisti si aspettavano qualcosa di più solido. I ricavi si sono attestati a 75,7 miliardi, in flessione del 2,5 per cento e sotto le stime che parlavano di 77,6 miliardi. L’utile netto, infine, ha subito una contrazione del 28,4 per cento, scendendo a circa 1,56 miliardi.
Numeri che lasciano poco tranquilli soprattutto i lavoratori. È prevista una riduzione di 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030. Non tutto, però, va nella stessa direzione. Qualche segnale positivo c’è stato, con una crescita in Sud America del 3 per cento, in Europa occidentale dell’1 per cento e in Europa centrale e orientale del 7 per cento. Il punto resta quello di sempre. Sei manager su nove considerano l’azienda a rischio di sopravvivenza e tutti, senza eccezioni, invocano un cambiamento radicale di strategia. Eppure il Gruppo ha confermato la guidance per l’anno in corso, con ricavi attesi tra una sostanziale stabilità e una crescita fino al 3 per cento, e un margine operativo previsto tra il 4 e il 5,5 per cento.